Disattuale ed eterno di geopolitica e guerra

Armi, cavalieri, amori, audaci imprese.

PROEMIO

 

Perché parlare di guerra in tempo di pace? Perché intessere i racconti perduti di militi, uomini e donne, che vita, beni e felicità diedero in pasto alla grande divoratrice di uomini… Nei campi di morte dove Ecate si aggira con le Furie cercando vittime da straziare, in cui le divinità terribili dell’antica Babilonia mietevano il loro tragico raccolto, cercheremo ancora oggi di trarre insegnamenti per il presente?

Pare che l’uomo moderno, schiavo dell’attuale, della spasmodica corsa verso il mondo nuovo fatto di diritti, di pretenziosa evoluzione di civilizzazioni nuove, inebriato dai progressi della tecnica e della comunicazione, voglia scientemente mettere alle spalle la storia come disciplina, ritenendola un rifugio in cui al sicuro i conservatori racchiudono avidi e tristi la residua sicumera, in cui tra il filo spinato della memoria, tentino di imprigionare la modernità figlia della pace, del progresso che nulla conosce della morte in battaglia.

Eppure la guerra è presente ed incombe molto più d’appresso di quanto non ritenga il nichilista di occidente, che cerca di sublimarla nei piaceri e nel godimento epicureo della vita, irripetibile soffio, troppo importante per essere sprecato nell’uccidere il proprio simile, guardandolo negli occhi e vedendo nel suo sguardo sconfitto la disfatta della propria umanità.

Lo fa perché la guerra, triste realtà da cui l’uomo non si separerà mai, per quanto possano negarlo gli aedi della fine della storia, del trionfo del modello occidentale fatto di empatie, di accoglienza senza fine, di liberazione dell’uomo dalla malattia fisica, dalla malattia mentale, dalla malattia sociale.

Eppure la guerra è vicina a noi, cova nei Balcani come la lava sotto al vulcano pronto ad esplodere, travolgendo le genti e soffocando coi suoi miasmi anche chi vive lontano. Attuale in Medioriente, in Siria, in Iraq, dove le potenze mondiali continuano con altri mezzi e con altre forme un confronto giocato come in un contesto ludico. Presente con altri mezzi da noi, si chiami guerra dell’informazione, guerra economica, guerra culturale.

Eraclito ci aveva visto giusto: Polemos di tutte le cose è padre.

Noi la rifuggiamo nel culto del bello e del vero, ma Apollo ed Atena scendono anche in battaglia, come scesero in battaglia i Santi cristiani, di quella religione che si chiama di pace ma che la pace non potrà mai costruire nella Valle di lacrime, giacché ogni società, anche la più perfetta tra le società cristiane, è comunque fatta da peccatori, segnata dal nefasto sigillo del peccato originale.

Di guerra voglio parlarvi, in questo brano di Caravanserraglio, di storie moderne, di eroi, d’armi, d’amori, d’audaci imprese. Della guerra che combattiamo anche quando crediamo di costruire la pace, lastricando con le buone intenzioni della nostra solidarietà e della nostra caritatevole empietà le strade che portano all’inferno sulla terra, la mancanza di amore. L’uno non può vivere senza l’altro, Thanatos ed Eros. Facendo pace con la nostra tragica storia ed accettando la feroce belva che dorme dentro di noi, senza mai compiacercene, imparando a sentirla forse anche ronfare nel suo sonno che speriamo possa protrarsi assai a lungo, potremo forse garantire ancora a questa generazione quello che i nostri nonni ci hanno donato al prezzo del sacrificio della loro giovinezza, dei loro anni più belli spesi sui campi di battaglia e di prigionia, e che noi, indolenti, satolli, irriconoscenti, tutti protesi nella scoperta del globale, stiamo in un attimo demolendo.

Parlerò di geopolitica anche, di economia applicati ai rapporti di forza tra gli stati, perché, lo si voglia o no, il diritto internazionale non è fondato dalla forza giuridica dei patti, ma dalla forza coercitiva che i paesi riescono ad esercitare sugli altri per imporre il miglior ordine mondiale possibile. E tale forza, oggi preponderanza economica, ha anche un contenuto militare.

Parlerò di spirito guerriero, sì, anche nel mondo di oggi, di disciplina interiore, di via iniziatica al combattimento spirituale. Dell’ineffabile e dell’immanente che inebria il milite quando combatte e che l’uomo moderno sublima nello sport, nell’arte, nella polemica.

Parlerò degli eserciti di oggi, delle innovazioni che racconteranno il futuro della guerra, della vita banale e indegna dei militari devoti a San Paganino, irti e carichi solo per lo spasmo dello scatto di carriera, che è spasmo di anzianità pensionistica. Ma parlerò anche di militari che vivono il loro lavoro come un servizio, e che guardano con disprezzo i loro colleghi che considerano il loro un posto fisso come tanti altri.

Parlerò di armi, strumenti di morte gioielli della tecnica, che possono anche essere oggetti d’arte di sublime bellezza. Una tragica e terribile bellezza, come l’egida di Atena o lo Scudo di Achille. Anche quando le armi non sono progettate per uccidere uomini, ma per procacciarsi cibo.

Di questo e di altro, senza fraintendimenti di sorta e con la spietata franchezza della disillusione.

 

 

 

IMMAGINE

Palast der Republik, ©Christian von Steffelin, Palast der Republik 1994-2010. Dal 1993, l’autore fotografa le mutazioni architettoniche di Berlino Est dopo la caduta del Muro.

VINCENZO SCARPELLO
Laurea in Economia e in Giurisprudenza, specializzato in Scienze delle Migrazioni e Giornalismo internazionale in ambiente di conflitto armato. Da sempre studio il male, nella sua essenza archetipica e nelle sue estrinsecazioni sociali, dal diritto penale alla storia militare, dalle dinamiche dei conflitti a quelle delle armi. Cattolico praticante, nonostante gli attuali papisti. Mi divido tra la professione di Avvocato e la scrittura di saggi storici e metastorici.
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