Articolo 21: totem o Ragnarok?

Libertà di stampa o apocalisse?

O forse apocalisse della libertà di stampa? Il mondo del web ha rappresentato la più grande rivoluzione nel mondo della comunicazione dai tempi di Gutemberg, ma non sono mai nate norme efficaci per regolamentarlo. Così le carte costitutive della nostra libertà di stampa appaiono datate, obsolete, inefficaci e – in estrema sintesi – inutili di fronte al nuovo che avanza, sommerge, sovente travolge.

Secondo l’articolo 21 della costituzione della Repubblica Italiana – promulgata il 27 dicembre 1947 – tutti hanno il diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. I medesimi principi vennero ribaditi con la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, firmata a Parigi il 10 dicembre del 1948. Per quasi settant’anni l’articolo 21 è stato sinonimo di indipendenza e di tutela da parte della nostra professione, venerato come un totem, citato nelle battaglie legali e deontologiche, sventolato contro l’arroganza degli editori e dei poteri forti. Noi potevamo cercare la verità, scrivere senza essere imbavagliati, marciavamo compatti (o quasi), incamerati nel nostro Ordine, tutelati dal nostro ‘sindacato unico’.

Poi è arrivata ‘la rete’, e con esso Ragnarok, che vale la pena ricordare cosa sia.

Nella mitologia norrena Ragnarok è la battaglia finale tra le potenze della luce e dell’ordine e quelle delle tenebre e del caos, in seguito alla quale l’intero mondo verrà distrutto e quindi rigenerato. Ma al debutto del nuovo verbo – e della parola mantra, Internet – Il vento soffiava canzoni di libertà, promettenti inni ad una comunicazione semplice, diretta, universale, a basso costo, poi addirittura a costo zero.

Bastava avere una connessione on line, un computer, ed il mondo si poteva raggiungere con un clik. Eravamo tutti Marco Polo senza muoverci da casa. Poi con gli smartphone è stato ancora più facile. Il solo telefono, con un momento libero ad un angolo della strada, rendeva il nostro messaggio una sentenza, traghettata dalle ultime sirene del web, i social, verso orizzonti persino impensabili. Messaggi liberi e alla portata di tutti. Già proprio di tutti: giornalisti, manager, docenti universitari, studenti, ragazzini, cafoni, bulli, tanti bulli.Et voilà, tutti siamo diventati un media. Et voilà, più niente canzoni di libertà ma Ragnarok.

Dal XV secolo non si era mai visto più nulla di simile. Allora la cultura divenne popolare, e sovente populista, ma fu sempre veicolata da mezzi tangibili e concreti: il libro, i giornali, persino radio e televisione avevano una loro fisicità. Oggi il web è un fantasma sostanzialmente gratuito, non si vede ma ci acciuffa, come un poltergeist invasivo e ostinato. E noi ancora ci troviamo vincolati a leggi e principi di sessant’anni fa. Nel 1947 il più diffuso mezzo di comunicazione era ancora la lettera scritta mano, libri e giornali erano redatti da professionisti (scrittori, scienziati, giornalisti…), la radio trasmetteva canzoni e la televisione era ancora un progetto.

L’articolo 21, come la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, appartiene a quell’epoca. Sostanzialmente preistoria. Oggi il Ragnarok ci dice che i nove decimi di quello che leggiamo e vediamo è spazzatura, mentre nel decimo restante il 50% delle informazioni sono fake news. Fake news che non abbiamo neanche modo di distinguere dalla realtà.

Ma c’è dell’altro, ormai ognuno di noi ha un avatar che coincide col proprio profilo Facebook, o di altri social.

Il nostro ‘altro’ ci assomiglia ma non è ‘noi’, è quello che vogliamo sembrare, un documento d’identità taroccato dal nostro ego. Ed è questo avatar che picchia duro, che marcia sopra le righe, che usa toni sempre accesi, che provoca e insulta. Il risultato è di nuovo Ragnarok: il palcoscenico di tutti contro tutti.

Oggi qualcuno pensa – animato di buona volontà – che il problema siano le fake news, la pubblicità occulta, gli influencer ricchi ma idioti, i blogger che fanno finta di fare i giornalisti, i giornalisti che si reinventano blogger. Ma questi non sono i problemi, sono le conseguenze.

Se non si alza lo sguardo non si comprende la portata di quello che sta accadendo. Scrivere le regole senza conoscere il contesto è una operazione inutile, persino futile. Quindi occorre prepararci alla distruzione che inevitabilmente il Ragnarok apporta per immaginare, nel frattempo, un mondo nuovo. E quando dico nuovo intendo segnalare che nessuno dei capisaldi attuali avrà più basi sicure. Prepariamoci a consegnare l’articolo 21 a un ben organizzato museo della comunicazione, idem per la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Oggi occorre concentrarsi sulla vera posta in gioco: ha senso la libertà di stampa come la intendiamo noi? E, soprattutto, ha senso che tutti possano comunicare sempre, ovunque, comunque? Se non superiamo questi concetti resteremo nelle retrovie, cercheremo di arginare lo tsunami con inutili cucchiaini, leggine e leggette, accanimenti terapeutici su malati defunti.

Io immagino l’implosione del sistema, perché i segnali premonitori ci sono tutti.

La somma di file, di byte e di post ai quali siamo soggetti ha superato il livello di guardia. E allora, come nella Berlino del 1945, circondati solo da macerie, bisognerà immaginare qualcosa di nuovo. E sarà qualcosa di selettivo, di auspicabilmente ordinato, di intellettualmente plausibile. Bisogna restituire la comunicazione alla cultura, come è sempre stato, dalla civiltà egizia alla metà del XX secolo. Solo chi ha studiato può raccontare il mondo al mondo. E la conoscenza non è democratica, almeno non è democratica come la intendiamo noi, ossia il semplice conteggio dei corpi per creare maggioranze. L’unica democrazia credibile nella comunicazione è quella di Atene Classica, perché i primi grandi comunicatori furono Socrate, Platone, Aristotele. Mark Zuckerberg e Steve Jobs non hanno rappresentato il futuro ma il declino. Le vere sfide saranno due: porre dei limiti e selezionare le élite.

Occorrerà tutelare chi ascolta individuando bene chi può parlare. Il comunicatore sarà l’anello di congiunzione tra i tre elementi guida della società – cultura, scienza, politica – e il ricevente, che deve informarsi, capire e scegliere. Solo una civiltà che opererà in questa direzione potrà rinascere dopo Ragnarok, che non sta arrivando, ma è già tra di noi. L’era del web ci ha trasmesso un profondo insegnamento: la somma dei tanti non è mai qualità. Il racconto del futuro ha bisogno di eccellenze pensanti. Quello del presente ormai è andato.

 

 

 

IMMAGINE

The Tempest,Peder Balke,1862 ©The National Gallery, London.

GUIDO BAROSIO
Giornalista, travelwriter, foodwriter, docente e responsabile di progetti formativi. Sono Direttore responsabile di Torino Magazine e de Il Piemonte, ho collaborato con numerose testate in ambito turistico ed enogastronomico. Ho scritto ‘Europa vista dal cielo’ (White Star, National Geographic e otto coedizioni internazionali), ‘Marocco’ (White Star, National Geographic e otto coedizioni internazionali) e ho collaborato ai tre volumi ‘Europa città da scoprire’ (Touring Club).
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