Homo Informaticus. Ovvero la nuova scimmia

La società informatica è il Mondo di oggi. Ed è anche l’essenza della sua debolezza.

Le cronache ci spaventano a ritmi sempre più incalzanti con le notizie di hackeraggi devastanti. L’ultimo episodio, riguarda il furto delle password per accedere agli account di circa 90 milioni di utenti FB. Sono proprio queste le spie che dovrebbero aprirci gli occhi sull’effimero spessore della lastra di ghiaccio su cui balliamo da circa trent’anni.

 

Gli scenari apocalittici di un’ancora improbabile, ma non impossibile, attacco ai sistemi di sicurezza militari che impediscono l’attivazione dei codici di attacco nucleare sono sempre più vicini, ora, dopo aver preso atto di questa ineffabile beffa che sta facendo traballare la sicumera di Mr Zuckerberg, novello Cittadino Kane del ventunesimo secolo, nonché la fiducia di milioni di esseri umani che avevano posto nelle sue mani quasi tutti gli aspetti della loro vita quotidiana, anche i più delicati.

Ci decidiamo ad aprire gli occhi sulla rovinosa china antropologica che abbiamo intrapreso all’epoca in cui abbiamo pensato di poter sostituire la potenza dell’intelletto umano con dei microprocessori, che funzionano per algoritmi limitati e incapaci di far fronte alla chance dell’errore inaspettato? I computer nascono come computatori (o anche ordinatori, ordinadores tuttora in lingua spagnola) e si chiamano così proprio perché assolvono il compito di organizzare e computare dati.

In un’Umanità  che ha triplicato il suo numero di individui in soli 50 anni, passando da 2 miliardi e mezzo di abitanti agli inizi degli anni ’50 a 7 miliardi e mezzo il 27 aprile 2017, era indispensabile avere macchine del genere per potere identificare, organizzare e computare dati per trilioni di transazioni al giorno. E naturalmente, per poi consentirci anche di comunicarli tra noi in tempo reale, magari con un semplice click di mouse. Ma, nell’abbracciare tutti, questo sogno grandioso e forse maniacale (mi ricorda molto il mito della Torre di Babele) abbiamo dimenticato alcune variabili antropologiche, che la Natura ha selezionato nel corso dei millenni per consentirci di sopravvivere come “razza” umana.

 

  1. La pressoché infinita flessibilità del cervello umano:

I circa 86 miliardi di neuroni che formano buona parte del nostro cervello, sono connessi tra loro da sinapsi plastiche e modulabili. Le connessioni e le direzioni degli impulsi possono cioè cambiare a seconda delle esigenze e degli stimoli ambientali e dal raffronto tra queste e le nostre esperienze memorizzate. Grazie a questa plasticità, unica tra tutte le specie di esseri viventi, siamo in grado d’imparare cose incredibili anche in poco tempo. Questo ci consente anche di scegliere un’azione (o un comportamento) come conseguenza di un esame, pressoché istantaneo, di una vasta gamma di possibilità. L’Uomo non pensa e non decide in base ad algoritmi preconfezionati, ma in base a un continuo scambio di informazioni (a volte anche solo percezioni o persino emozioni) con l’ambiente che lo circonda e con il suo stesso vissuto. Il che ci porta spesso a decisioni di natura pensata, cioè razionale, ma a volte anche di natura intuitiva o persino impulsiva (irrazionale). L’introiezione della morale nel costrutto dei centri emotivi del lobo limbico (questa era la sede dell’Anima, secondo il grande neurofisiologo John Eccles), quindi la paura per una punizione ma anche il desiderio di un’evoluzione spirituale, ci distingue da esseri, come gli animali, che agiscono più spesso in modo meccanico, a seconda dei loro bisogni materiali e di riproduzione. Non solo, ma gli impulsi più primordiali che originano dai neuroni del lobo limbico spesso vengono scambiati con le informazioni contenute nella memoria dei lobi temporali e a loro volta ulteriormente riordinati ed elaborati dalle immense filiere di neuroni e sinapsi che abbiamo nella corteccia frontale.

In altre parole, abbiamo una Coscienza.

E questa ci consente di rimanere attaccati a certe convinzioni, così come di cambiarle radicalmente quando determinati stimoli ambientali giungono alla nostra attenzione. Insomma, siamo liberi di scegliere il nostro futuro, inclusa la nostra auto-distruzione (e succede anche questo). È quello che molti filosofi e religiosi chiamano semplicemente Libero Arbitrio.

I computer, nemmeno i più sofisticati, nemmeno quelli che si basano su processi di self-learning (auto-apprendimento) di natura euristica (il principio della correzione in base all’errore di prova, anche detto sperimentazione trial-error) riescono a raggiunger tale livello di libertà. Alla fine cozzano sempre contro la limitazione dei propri schemi, sempre disegnati e impartiti dal loro costruttore, che è una persona umana, quindi soggetta a sbagliare. Ma mentre noi, creature erranti e imperfette per definizione, abbiamo sempre la possibilità di cercare nel nostro ambiente stimoli e soluzioni per risettarci all’interno e ripartire più flessibili di prima, i computer non hanno questa capacita’. Possono pensare in parallelo e forse anche più velocemente di noi (per quantità di dati) ma non possono uscire dal binario 1 e 0 (sì o no), che è alla base del loro linguaggio.

È come se Dio, se esiste un Dio infinitamente creativo e intelligente come lo immaginiamo, avesse affidato il disegno e l’operazione del suo Creato a un semaforino daltonico in grado di segnalare solo rosso o verde. C’è, evidentemente, qualcosa che non torna in tutto questo.

 

  1. Il pericolo della società autistica.

Oggi viviamo a tutti gli effetti in una società autistica. L’autismo è una condizione di sviluppo mentale e comportamentale che colpisce un bambino su 68. È caratterizzata da disturbi di linguaggio, scarsa capacita’ di discriminare stimoli complessi (per esempio significati metaforici o apparenti contraddizioni), di interpretare e replicare segnali di convenzione sociale (nella comunicazione non verbale, nei segni affettivi, nell’umorismo ecc.), di meta-rappresentare (il potere tipico del gioco, per esempio, dove si ricreano esperienze quotidiane sotto forme diverse, oppure dell’arte, dove si ricorre al linguaggio simbolico anziché a quello comune).

 

Con l’avvento della società informatica, noi stiamo perdendo queste capacità e stiamo tornando ad essere sempre più dipendenti da linguaggi molto rudimentali, limitati, inespressivi o falsamente espressivi (come gli emoticon), che ci danno una scelta d’espressione emotiva ridotta in confronto all’infinita varietà di scelte che l’Evoluzione ha selezionato per noi nel corso di milioni di anni.

È come se un povero pagliaccio pensasse di riuscire a far ridere i bambini solo cambiando la dimensione delle labbra di rossetto o il colore del naso di plastica. Magari mantenendo uno sguardo di ghiaccio come il celebre Pennywise, nel romanzo IT di Stephen King.

Chi scrive ha spesso lavorato con soggetti autistici. Vi assicuro che sono spesso bambini (e anche adulti) adorabili e in qualche modo straordinari, ma è chiaro che la loro felicita’ è fortemente limitata dal semplice fatto di essere circondati da persone che hanno capacità espressive e discriminatorie molto più elevate di loro. E che a volte, proprio per questo, li ingannano e ne abusano.

Esattamente come può fare un furbo hacker di successo ai giorni nostri.

 

  1. La perdita di costo-efficacia nell’economia comportamentale quotidiana.

I computer NON sono macchine efficaci. Guru come Steve Jobs e Bill Gate magari ci hanno fatto credere che sia così, ma non è vero.

Potete sperimentare tutti i giorni questa triste fandonia che i computer, anche quelli più sofisticati che sono incorporati nel vostro smartphone, siano così efficaci nel permettervi di completare un’operazione necessaria per le vostre esigenze quotidiane. Pensate solo a tutto il tempo che dovete perdere per registrarvi con un’agenzia, un database, un servizio online indispensabile per pagare tasse, multe, fare transazioni bancarie, professionali ecc.

Occorrono password che poi spesso si dimenticano, e vanno scritte in modi sempre più complessi, e poi vanno recuperate, in modi anche più complessi, specie per le transazioni bancarie. E le pagine che vi scorrono davanti (sempre che wi-fi e batteria funzionino) non vi danno mai scelte davvero flessibili. Troverete sempre che non ci sono opzioni che fanno al caso vostro. E se ci sono, che magari non ci sono sub-opzioni che potrebbero rendere la vostra scelta più compatibile con le vostre aspirazioni o necessità. E quindi ulteriori perdite di tempo, finché (ma che strano,eh?) vi tocca telefonare e chiarire il problema con un cervello umano.

Perché? Perché voi siete diversi, siete 7 miliardi e mezzo di persone diverse. I computer e i loro software non lo sono. Per quanti possano essere, sono tutti uguali per tipo di produzione e disegno e sono tutti fatti solo da alcune persone. In altre parole, non vi capiscono. Né hanno coscienza e linguaggio sufficienti per potervi capire o solo per porsi il problema di dovervi capire. Non hanno empatia.

Quando l’operatore informatico vi spiega il problema del vostro computer, dicendovi che il problema è che lui (?) non capisce questa istruzione, devi schiacciare l’altro pulsante, sennò si blocca ecc. ecc., si tradisce. Ti sta dicendo che hai sprecato anni a comunicare dati, servendoti di un deficiente e che faresti meglio a vivere nudo in un’isola deserta dei Tropici e trasmettere segnali con il tam-tam alle scimmie locali perché sarebbe comunque più efficiente (e forse anche meno frustrante).

Ma Bill Gate e Steve Jobs non vi hanno mai detto queste cose, ovviamente. Quanti di voi possono assicurarmi che non trovano intoppi nelle loro attività con un qualsiasi computer ogni giorno?

 

Certo, si trovano anche comunicando direttamente con e attraverso persone umane. Un problema tra due persone umane intelligenti si può risolvere discutendone e chiarendo le cose. Con un deficiente è molto più difficile. Con un computer, devi chiamare un tecnico e spesso aspettare giorni. A volte devi persino buttare il computer (specie se infettato da un virus informatico) e comprarne uno nuovo, e magari non hai i soldi per farlo in quel momento.

È come se la madre di un bambino disabile dovesse chiamare uno psichiatra infantile ogni volta che questo s’imbroncia. Dovesse poi lasciarlo così per giorni e infine, magari, sopprimerlo con l’eutanasia e acquistare un bambino eugeneticamente selezionato in provetta.

Che madre sarebbe?

I computer non hanno coscienza, hanno linguaggio inflessibile, non meta-rappresentano, non fantasticano, non immaginano, non deviano dai loro binari, non capiscono cosa pensi veramente né hanno intenzione di capirlo veramente, nemmeno i più sofisticati.

Sono solo macchine.

Quando un’impiegata ti dice che non può svolgere il servizio che le hai richiesto perché il sistema non funziona, si comporta come la scimmia australopiteca di due milioni di anni fa che scappava e si rifugiava nella grotta davanti al botto di un fulmine che incendiava l’albero di fronte. L’uomo preistorico invece aveva imparato a osservare bene quell’albero che bruciava e poco a poco a scoprire il modo di far fuoco da solo.

Oggi una persona ancora evoluta (Homo Sapiens, ci dicono) si prenderebbe la briga di prendere il tuo numero, rassicurarti che avrebbe subito consultato dei colleghi, vedere se il servizio può essere svolto da una terza persona, ritornare da te e spiegarti come accedere a quel servizio tramite un’altra agenzia o, se necessario, anche via cartacea.

Ma questa seconda persona è il prodotto di una comunità umana evolutissima, che ha fatto scoperte scientifiche straordinarie, come la struttura degli atomi e del DNA, che ha dipinto cose favolose come il Giudizio Universale della Cappella Sistina, che ha scritto romanzi bellissimi come Guerra e Pace o suonato pezzi indimenticabili come A Wonderful Life.

 

Ci siamo messi in un bel guaio, eh? 

 

 

 

IMMAGINE

2001: Odissea nello spazioStanley Kubrick, 1968. Produttore Stanley Kubric, casa di produzione MGM, distribuzione Warner Bros.

 

GIOVANNI DALLA VALLE
Sono un medico-psichiatra naturalizzato scozzese, scrittore di romanzi e appassionato di filosofia dell’etica, antropologia sociale e politica globale. Nel 2014 ho fondato Venetian Ambassadors, associazione non-profit internazionale retta da imprenditori e intellettuali che si dedicano alla diffusione della cultura veneta nel Mondo. Ho esordito come scrittore nel con il romanzo di fantascienza B@bylon Apocalypse e sono autore di The Ruby Cross pubblicato negli USA. Sono membro della Society of Authors.
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