4 Novembre. La Caporetto della comunicazione militare

Magari sarà un pretesto. Magari solo un equivoco.

Ma come sempre, scansando ogni retro-pensiero maligno, definire il rapporto tra Forze Armate e comunicazione, diviene impresa assai ardua, al di là delle ipocrisie e dei falsi realismi che vengono coinvolti in un tema complessissimo e delicato.

Definiamo un punto di partenza, ossia il manifesto che il Ministro della Difesa Trenta, con cui, congiuntamente alla Presidenza del Consiglio, ed in particolare il suo grandefratellesco ufficio stampa, si è voluto iniziare la celebrazione del centenario della Vittoria. Quattro militari che aiutano delle persone in difficoltà, in sostanza, un’anziana, un bimbo profugo, un escursionista, un bambino.

Balza agli occhi di tutti, ed infatti i militari non hanno mancato di testimoniare tutte le loro rimostranze in proposito, cosa c’entri un messaggio buono per il reclutamento nelle scuole superiori, che presenta i nostri militari come una via di mezzo tra la protezione civile ed i boy scout, con il ricordo della Prima Guerra Mondiale, un conflitto che ha causato all’Europa milioni di morti, ed in particolare ai nostri bisnonni ha chiesto un altissimo tributo di sangue (seicentocinquantamila morti militari e mezzo milione di civili).

Ora si tenta di correre ai ripari, cercando di recuperare le bozze originariamente scartate, ritenute dagli scienziati della comunicazione dello staff di Conte troppo poco digeribili per quell’ala movimentista, recentemente costretta ad inghiottire rospi sempre più indigesti, invece abbagliata dai miti dell’isola di White, del mondo bambolesco e rincoglionito di Imagine, dove le guerre non esistono più (e quindi non esistono gli eserciti) e dove i conflitti tra gli Stati vengono risolti con la diplomazia del namasthè.

In poche parole, la delirante negazione del realismo che regola i rapporti internazionali, in cui vale la regola che proprio perché esiste la guerra, una realtà incancellabile della natura umana, che nelle sue declinazioni moderne potrebbe tranquillamente estinguere ogni forma di vita sulla terra nell’arco di una giornata, perché vi sono interessi contrapposti, conflitti ed odi millenari, si deve fare di tutto per evitarla, ad ogni costo.

 

Quindi doppio errore grave, anzi gravissimo. Continuare nella retorica, perché di retorica si tratta, dei militari italiani esercito di pace, in un contesto internazionale in cui dal 2001 sono radicalmente cambiati scenari, percezioni, rapporti di forza, in cui la stessa comunicazione militare ha dovuto confrontarsi con il reale, ossia alle reazioni dei social network, pilotabili quanto si vuole dai cosiddetti influencer, ma pur sempre veicolanti un messaggio nuovo di autenticità, che percepisce i soldati per quello che realmente sono, ovvero che i militari stanno dove stanno principalmente per due motivi: difendere il territorio nazionale dall’aggressione di un potenziale nemico (mi si perdoni la terrificante semplificazione, utile solo didascalicamente) e difendere gli interessi della propria Nazione, attraverso gli ordini sovranazionali,  nei territori stranieri dove è chiamata a svolgere funzioni di mantenimento della pace.

Mantenere la pace significa essere più forti e picchiare più duro di chi vuole la guerra, costringendo in ogni modo la volontà del potenziale nemico a dissuadersi dal compiere atti che mettano a repentaglio la pace stessa. Pace che altro non è che un assetto di interessi, un equilibrio precario tra istanze e pretese contrapposte.

 

Secondo errore, fatale. Applicare questo modulo comunicativo, di per sé radicalmente sbagliato e del tutto superato, al Centenario della Vittoria nella Prima Guerra Mondiale, evento quasi unico per la nostra giovane Patria unita, che ha visto il primo riscatto dopo Lissa e Custoza, dopo le battaglie militarmente poco esaltanti del Risorgimento, dopo il bagno di sangue della conquista del Sud Italia. Che dopo Vittorio Veneto vide le effimere vittorie coloniali dell’Italia Fascista, il trionfo spagnolo e la fine di tutto, l’otto settembre 1943, cui seguì, terribile e nefasta, una guerra civile che dividerà per sempre gli italiani, allo stesso modo in cui ancora siamo divisi tra guelfi e ghibellini.

Il 4 novembre resta e resterà una Vittoria che unisce tutti, essendo insignificanti nella cultura italiana, e nella medesima cultura conservatrice i nostalgici di Cecco Beppe e di Sissi, avendo i più capito che a fare l’Italia, latina, cattolica e classica, non fu la retorica risorgimentale del libro cuore o gli sbuffi della modernità futurista, della retorica altrettanto perniciosa dei guerrafondai che invocavano la guerra come unica igiene del mondo, ma il sangue ed il sudore delle trincee, le fucilazioni, gli assalti, la paura, la nostalgia di casa, che ci costrinsero a riscoprire la nostra identità profonda, con le sue debolezza e le sue ineluttabili contraddizioni. Insomma, il sano amor di Patria.

Si attende allora il rimedio dell’Ufficio stampa, nella speranza che non sia peggiore del danno, dal momento che a dar troppa retta ai nemici dell’Italia, che meriterebbero ben altro trattamento che il solo universale ripudio e schifato rigetto, anche nelle questioni di comunicazione, si finisce col buttare a mare, assieme, i fondamenti stessi su cui si basano i valori condivisi.

 

 

 

IMMAGINE

Forte Corbin, fonte foto. Ex fortezza sulla linea difensiva italiana delle Prealpi Vicentine, durante la Prima Guerra Mondiale. Dopo un periodo di abbandono, ora trasformata in museo.

 

VINCENZO SCARPELLO
Giurisprudenza, Scienze delle Migrazioni e Giornalismo internazionale in ambiente di conflitto armato. Da sempre studio il male, nella sua essenza archetipica e nelle sue estrinsecazioni sociali, dal diritto penale alla storia militare, dalle dinamiche dei conflitti a quelle delle armi. Cattolico praticante, nonostante gli attuali papisti. Mi divido tra la professione di Avvocato e la scrittura di saggi storici e metastorici.
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