Ombra e Luce. Dagli alberi refrigerio e nutrimento per anima e corpo.

«Ma sulle prime gli Hobbit notarono soltanto gli occhi. […] sembrava vi fosse dietro le pupille un enorme pozzo, pieno di secoli di ricordi e di lunghe, lente, costanti meditazioni; ma in superficie sfavillava il presente, come sole scintillante sulle foglie esterne di un immenso albero, o sulle creste delle onde di un immenso lago».

J.R.R. Tolkien, Le due torri

 

Quando incontro un albero sulla mia strada, mi rendo conto che la mia mente si apre al viaggio.

Non un viaggio normale, ma un viaggio nel tempo. Fin da bambina, mi sono chiesta cosa avrebbero potuto raccontarmi gli alberi, se avessero potuto parlare. Li ho sempre guardati con simpatia, con rispetto, con affetto. Come dei vecchi nonni saggi o dei giovani giocherelloni.

I giovani esili, con le loro chiome rigogliose e vivaci, i loro rami delicati ed oscillanti, suscitavano in me tanta allegria e voglia di giocare, di vivere. Quelli più grandi, massicci e imponenti, dai rami forti e stabili, m’ispiravano amore per la vita e per la sua meraviglia, saggezza, forza e pazienza.

I giochi di luci tra i rami, i loro profumi resinosi sparsi tra le fronde, suscitavano in me il desiderio di scoprire chi altri, prima di me, avesse potuto dialogare con queste grandiose presenze naturali. Mi è sempre piaciuto cullare l’idea di poter, in qualche modo, entrare in contatto con persone del passato attraverso la maestosità degli alberi, che erano lì prima di me e forse anche prima della generazione dei mie nonni.

E così, mi ritrovavo a fantasticare sulla possibilità che ai piedi di una quercia centenaria avesse potuto sedersi un eroe del Risorgimento per riposarsi dopo una lunga battaglia, o che, lanciata su un’altalena floreale, avesse potuto svolazzare una nobildonna di fine Ottocento, avvolta in candida veste e con un frivolo cappellino che tentasse di contenere i capelli sbarazzini mossi dal vento. E sognavo che il grande albero plurisecolare potesse in qualche modo trasmettermi le paure e il coraggio degli eroi e dei cavalieri e le emozioni e i sospiri delle giovani dame. O, curato dal suo mutismo come gli Elfi fecero con gli Ent, mi raccontasse di una giovane scrittrice, Christine, vissuta alla fine del Trecento, che fece della scrittura il suo mestiere e la sua vita. O ancora mi riferisse dei dolori di un uomo vestito di rosso purpureo che, lontano per sempre dalla sua città, la ricordasse e continuasse ad amarla come la sua patria, a cui dedicava struggenti versi di eterna fedeltà. O ancora, che potesse narrarmi delle pene e delle ansie di un segaligno ambasciatore fiorentino alle prese con vizi e virtù della politica in una modernità che, a dispetto di linee e squadrature architettoniche, si ritorceva su se stessa infilandosi in strette anse di pensiero autoreferenziale privo di slancio.

Quando incontro un albero, oggi, sorrido alle sensazioni che provavo da bambina e vorrei poterle rivivere.

Vorrei che questi meravigliosi Ent, di tolkieniana memoria, riacquistassero la loro coscienza, e raccontassero un mondo diverso da quello che stiamo vivendo. Un mondo senza bottiglie di plastica avvinghiate alle radici, senza rifiuti di facile sesso privo di amore appesi ai poveri rami umiliati, senza soffocanti sacchetti trascinati dal vento tra le fronde luminose.

Vorrei che non soffrissero il fuoco devastante e la deforestazione selvaggia, soffocando il loro grido e quello della natura, guardiana impotente di fronte alla violenza di cui è capace a volte l’essere umano.

Il mio desiderio, a questo punto, va oltre ogni speranza lecita da sperare: vorrei che in un futuro, potessero cantare le glorie di altri cavalieri e di altre dame, protagonisti di un mondo puro e vero, ricco di passioni costruttive ed entusiastiche e non freddo, anonimo e reticolato come quello in cui siamo immersi, spersonalizzati e spaesati, incastrati e disperati come tonni in una rete a circuizione.

 

 

 

IMMAGINE

Wildness, ©EugeniaMassari2018.

 

ROBERTA FIDANZIA
Studio, leggo, scrivo.
Articolo creato 9

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