Storie di muri

Il XX e il XXI secolo appaiono sempre più separati da una diversa concezione del muro.

Muro come insopportabile limitazione e come obbrobrio versus muro come riparo e come necessaria difesa. Abbattere muri: Schengen 1985, Berlino 1989, caduta della Cortina di Ferro 1991. Alzare muri: Israele 2002,  in funzione antipalestinese, Ceuta e Melilla 2005 contro l’immigrazione africana, sino ai recenti innalzamenti di barriere in tutta l’antica Pars Orientalis dell’impero romano, in Ungheria, Serbia, Croazia, Bulgaria, Turchia, per fermare o almeno drenare gli spostamenti di massa lungo la via balcanica.

Il muro torna poi a sedurre specialmente in questi nostri tardi anni Dieci, sulla spinta di rinnovati nazionalismi e di rivendicazioni sovraniste.

Si tratta di spinte e contro-spinte antichissime.

La storia di Roma e dell’Italia è nata proprio da un muro e dalle questioni sorte attorno ad esso. La leggenda di Romolo e Remo è narrata non solo da Livio, ma da una pluralità di autori greci e romani tra cui Diodoro, Plutarco, Ovidio, Tibullo, Properzio. La vicenda è nota: dopo aver superato Remo per numero di uccelli augurali avvistati, Romolo aveva iniziato a costruire le mura della nuova città; ma Remo per invidia e per scherno nei confronti del fratello scavalcò il muro: al che Romolo, irato, lo uccise, aggiungendo: Sic deinde quicumque alius transiliet moenia mea! (Così d’ora in poi, chiunque altro scavalcherà le mie mura).

Si sa da Ennio che, se Remo avesse vinto la contesa iniziale con Romolo, la nuova città si sarebbe chiamata Rèmora, non Roma.

Ecco, esse vanno pensate come due modelli antitetici di possibilità di concepire lo spazio statale: Rèmora, calvinianamente, è la città aperta, laica, senza confini, in cui i muri vengono irrisi come insulse sovrastrutture, i valori tradizionali sono apertamente contestati, le autorità non sono riconosciute, i flussi e i liberi passaggi sono consentiti e anzi desiderati. Roma, lo sappiamo dalla storia, è invece la città che interpretò in maniera terribilmente seria le norme religiose e giuridiche, anteponendo il fas e lo ius, garanti dell’ordine civile e del benessere della collettività, alla semplice vita individuale.

C’è una divinità, Terminus, a proteggere il limite e i confini; la pietra confinaria è cosa sacra e inamovibile, tale da rendere la frontiera (o i limiti di proprietà) indiscutibile, sotto tutela sia della legge che del cielo. La forza della città sta infatti non tanto nelle pietre o nei mattoni in sé e per sé, ma nella vibrazione religiosa che percorre le sue mura, i suoi muri. L’inviolabilità del confine costituisce un principio fondamentale nella grammatica mentale del cittadino romano, perché definire lo spazio significa realizzare l’identità culturale. Remo, entrando nello spazio della nuova città dalla parte sbagliata e in modo  erroneo, ha commesso un atto sacrilego, pagando con la vita.

Quanto di queste remote radici culturali e antropologiche permane come traccia nell’homo technologicus? Si vorrebbe rispondere “nulla”. E invece non è vero.

Tu ti senti più romano o remoriano?

 

 

 

IMMAGINE

Ordos, CNN.  Ordos City progetto urbanistico cinese. Fondata in Mongolia, in zona mineraria strategica, avvenieristica e artificiale, la città si rivelò esperimento fallimentare ed è ad oggi semi-spopolata. The Land of many Palaces, documentario di Ting Song e Adam J.Smith, presentato al Miami Film Festival nel 2015.

ANDREA DEL PONTE
Sono professore di latino e greco nei licei e presidente nazionale del Centrum Latinitatis Europae. Collaboro con articoli e ricerche scientifiche con la Pontificia Università Salesiana, con la rivista “Zetesis” di Moreno Morani, e con la rivista di studi antichi “Grammata”. Sono autore di testi scolastici, traduttore per il teatro dal greco e dal latino, coopero da tempo con Sergio Maifredi e Tullio Solenghi per la realizzazione di testi classici. Ho tradotto per l’INDA di Siracusa i “Sette contro Tebe” al Festival giovani. Come saggista, ho appena pubblicato il volume “Per le nostre radici – Carta d’identità del latino”, con la prefazione di Salvatore Settis.
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