Fante e Scibona. I fiori fioriti lontano

Intorno, aleggia l’idea pop e colorata che perdere le radici sia bello. Il mondo, come luna park da esplorare.

Ma chi parte, specialmente se lo fa per necessità, e questo nessuno lo dice, va incontro al dolore. Il profondo dolore della perdita e dello sradicamento. Chi parte, non torna.

La letteratura della partenza è piena di questo dolore. Anche la letteratura dei figli di coloro che partirono, i fiori fioriti lontano, da padri-albero trapiantati e che sono dovuti andare. Chi parte, soffre tutta la vita di malinconia per la sua madrepatria. I suoi figli vanno a ritroso, per cercarla.

C’è come questo grande vuoto della non-origine, in tutta la letteratura degli italo-americani, di prima, di seconda e di terza generazione. Così, un filo sottile unisce John Fante al suo naturale erede, Salvatore Scibona.

Attingendo alla propria biografia e alla fastidiosa quanto struggente figura del padre, Fante inventa Bandini. Figlio di immigrati, Bandini sfugge al mestiere di carpentiere per tentare la via della scrittura, tra miserie, avventure e peripezie. In un Paese che rimane in qualche modo, sempre straniero.

 

“Così l’ho intitolato Chiedi alla Polvere, perché in quelle strade c’è la povere del Middle West, ed è una polvere da cui non esce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro“. (John Fante, Chiedi alla Polvere)

 

Questo filo si fa più doloroso, quando la realtà lasciata è percepita come viva e più umana della realtà raggiunta.

Come ad esempio quando, dalla memoria di genitori o dall’esperienza diretta, emerge il ricordo di una comunità ancora regolamentata attraverso leggi naturali e auto-generate. Mentre il presente è vissuto come una fabbrica delle identità. Una cultura tenuta insieme solo dall’aspirazione individuale al miglioramento economico.

Come per Scibona, che fa agire, dalla prospettiva interna dei loro stessi pensieri, diversi personaggi. Si riveleranno, man mano, frammenti parentali, fermati in momenti diversi.

 

“Vai avanti Rocco, forza, attraversa il confine. Cos’è questo tentennare? Evidentemente, per quanto assurdo potesse sembrare, un muro invisibile si innalzava verso il cielo. Vado? Vado? Tentennava. Perché questo prurito? Perché questa fede nell’esistenza del piano, nel fatto che questi fossero due luoghi, e non uno? Il confine non dimostrava una separazione, ma si limitava ad affermarla. Era troppo vecchio per non saperlo. Era sbarcato dal piroscafo Natalie of Tunis a New Orleans nel 1913, un ragazzino stupido che ripeteva a sé stesso le medesime scempiaggini che la gente non aveva fatto che ripetere a sé stessa fin da quando esisteva la parola: c’è un’altra terra promessa per te e per i tuoi figli. La soluzione si trova in questa terra. Non raccontarti storie Rocco. Gira i tacchi. Nella nostra lingua esiste un’espressione schietta, Rocco, che non significa quello che credi, non significa: Divertiti; significa: Di’ la verità su quello che hai fatto. Quando sei in ballo devi ballare, Rocco.[…] Per un breve momento, si convinse che dopotutto Dio non esisteva. Le cascate non gli parlavano più; solo il ponte e le macchine, manufatti di un paese che aveva sposato la matematica e il cemento armato, gli parlavano, o più precisamente stridevano in maniera insensata” (Salvatore Scibona, La Fine).

 

Le generazioni di Scibona s’intrecciano, per poi scivolare, come loti sfioriti, sulla superficie dell’acqua del tempo. La grandezza e la piccolezza coincidono. Il prima e il dopo coincidono. L’origine e La Fine di tutto, coincidono.

 

“E se mai. Se mai tu dovessi – allora, adesso devi aprire la bocca e bere qualcosa di caldo. Se lo facessi. Allora – lo sani no, che mi devi aiutare, devi aprire la bocca e bere – allora mi getteresti nell’abisso di un passato morto, che non si può riesumare, senza ritorno” (Salvatore Scibona,La Fine).

 

Da un’origine – le radici – a un punto d’arrivo. La letteratura italo-americana è piena del dolore della non-origine perché è la traccia dell’assorbimento di linee umane in nuove culture. Nessuno dice mai che il processo richiede molte generazioni, a discapito di chi compie il distacco. Come un trauma collettivo.

Solo quando ogni residuo, persino di memoria genetica, è perduto, allora i fiori fioriti lontano diventano qualcos’altro.

 

 

 

IMMAGINE

Abandoned Diner, California. 2015 Fonte fotoJohn FanteChiedi alla Polvere, dello stesso autore, collana dedicata, Einaudi. Salvatore Scibona, attuale direttore della New York Public Library, ha esordito con  La Fine, pubblicato in italiano dalla 66thand2nd. Nel 2010 Scibona è stato incluso dal New Yorker nella lista dei 20 under 40, l’elenco dei venti migliori narratori americani sotto i quarant’anni.

 

 

 

VITA NOVA
Pensosa dell'andar. Arte, libri e osservazioni sparse.
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