Al grido di “Aboliremo il Jobs Act!”

Fra i leitmotiv della recente – e forse mai terminata – campagna elettorale, è sicuramente annoverabile il grido, sponda grillina, di “aboliremo il Jobs Act!”.

Per sottoporre al test dei “fatti”, storicamente ostico a ogni governo,  una delle più sbandierate promesse elettorali, è opportuno comprendere cosa effettivamente si celi dietro l’ormai celeberrimo anglicismo.

Come sinteticamente evidenziato nel pezzo di apertura di questa rubrica, con l’avvento del nuovo millennio e del consolidarsi dei suoi inediti scenari (dall’innovazione tecnologica alla completa globalizzazione dei mercati), anche nel Vecchio Continente si è iniziata ad avvertire la necessità di attualizzare il diritto del lavoro, ovviamente inteso nella sua più ampia accezione.

I piani e le sperimentazioni dei singoli Paesi, hanno poi trovato casa nella condivisa strategia europea c.d. flexicurtiy, ossia una gestione più flessibile dei rapporti, a cui doveva essere appaiata, imprescindibilmente, un sistema di politiche attive capace di garantire formazione e ricollocazione continua dei lavoratori.

Nella travagliata esperienza italiana, che può giustificarsi in ragione della durezza dei conflitti vissuti per le rivendicazioni sindacali, dopo le prime applicazioni del 1997 (pacchetto Treu), del 2003 (legge Biagi) e del 2012 (legge Fornero), si può affermare che proprio nel Jobs Act, -tecnicamente identificabile negli otto decreti della legge delega 183 2014 e nella complessiva azione del governo Renzi – , la flessicurezza abbia trovato la sua più incisiva realizzazione.

Premesso che i leopoldini, scommettendo sulla centralizzazione delle politiche attive, prevista nello sperato ma mai realizzato riassetto costituzionale, proprio nella parte della “sicurezza” sono risultati manchevoli, lato “flessibilità” – e dintorni – non hanno certo difettato di concretezza.

Tornando dunque al nostro test, è doveroso constatare che dopo nemmeno 6 mesi, l’opera di demolizione presenta uno “stato avanzamento lavori” invidiabile e in grado di soddisfare il più esigente dei committenti.

Invero, della elasticità contrattuale per i contratti a termine, anche in somministrazione, non vi è più traccia (D.L. Dignità), dei percorsi obbligatori di alternanza scuola-lavoro per istituti tecnici e licei, con la legge di bilancio, non resta che un pallido ricordo, come l’araba fenice, rivive l’intervento statale per mantenere in vita – dove vita non c’è più – i rapporti di lavoro nelle aziende cessate (D.L. Genova) e  le tanto dibattute tutele crescenti  in caso di licenziamento sono divenute, anche grazie l’intervento della consulta, ancor più rigorose del compianto art. 18 (D.L. Dignità).

Nel “dare a Cesare ciò che è di Cesare”, occorre dunque riconoscere l’inusitata rispondenza fra promesso e realizzato, non mancando però di rilevare, che alcune delle novità introdotte dalla precedente gestione, permangono, stoicamente, al loro posto.

Tuttavia, essendo che il sottoscritto, ritiene tutt’altro che da buttare quanto realizzato nella visione strategica ante 4 marzo e proprio non si convince della bontà (e attualità) della strada intrapresa, si esimerà dal dilungarsi oltre, lasciando a chi gli compete l’incomodo della ricerca, sperando, magari, che sia in direzione Damasco.     

 

 

 

IMMAGINE     

White Relief, Ben Nicholson OM, 1935. Tate Uk Museums. Fonte foto.

FEDERICO AVANZI
Consulente del Lavoro, sono appassionato di diritto del lavoro e orientato alla gestione di fattispecie legali e contrattuali complesse. Esercito la professione fornendo assistenza specializzata in favore, indistintamente, di aziende e lavoratori, anche attraverso l’ausilio di studio legale, con cui collaboro stabilmente. Sono delegato alle relazioni industriali per l’Emilia Romagna per conto di Confapindustria. Faccio attività di formazione e pubblicazione. Sono autore del blog Lavoro e Consapevolezza, che è anche su Facebook. https://www.facebook.com/lavoroeconsapevolezza
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