Auguri, auguri! Quella certa parola

Tra pochi giorni su tutte le piazze reali e virtuali d’Italia ci scambieremo forse per alcuni miliardi di volte una certa parola.

Dai finestrini abbassati delle auto, dai poggioli e per strada, sui pianerottoli e per telefono, per Skype e sui social, sarà un unico gigantesco coro di auguri, auguri!. Auguri di Natale, auguri di buon anno. Magari anche auguroni e augurissimi.

Senza pensarci, staremo pronunciando una parola tanto comune quanto arcaica, che affonda le sue radici nell’Italia più misteriosa di un passato millenario. È un unicum della lingua di questa nostra Saturnia tellus. Gli altri dicono merry Christmas: sta’ contento. Oppure frohe Weihnachten, che è lo stesso. Oppure mandano ses voeux, cioè “i loro voti” per un sereno Natale. Noi invece riandiamo indietro alla terminologia degli arùspici etruschi e dei loro successori romani, anzi addirittura a quell’oscuro bacino di radici inestinguibili che fu l’indoeuropeo, in cui, pare, augus significava “pieno di forza sacra” e derivava a sua volta da un *aug- che voleva dire “aumentare, accrescere”.

In tempi antichissimi, dunque, l’àugure era il sacerdote che possedeva in se stesso questo “pieno di forza” e poteva trasmetterlo con l’approvazione degli dèi. Questo divino ok era l’augurium, un segno di volontà trascendente che gli àuguri cercavano nel cielo, ad esempio osservando la direzione e la qualità del volo degli uccelli, cioè traendo gli auspìci.

Pensiamo che ogni volta che diremo “auguri!” saremo altrettanti arùspici, saremo rivestiti di un ruolo sacerdotale, nel momento in cui chiederemo non più agli dèi ma a Dio la sua benevolenza nei confronti della persona a cui ci staremo rivolgendo. Chiederemo per lei o per lui la concessione di forza, benessere, anche santità. In senso cristiano, certo, ma senza dimenticare che alle origini è sanctus chi ha ricevuto l’augurium divino.

Diremo o sentiremo dire molte volte, in questo periodo, proprio le parole “santo” e “sacro”. Santo Natale. Notte santa. Natale tra sacro e profano. Certo, il cristianesimo ha risemantizzato il lessico pagano. Ma non tanto da non poter trarre anche da quest’ultimo utili indicazioni. Per i Romani, l’essere sanctus è il risultato di un’operazione, è il passaggio dallo stato profano (pro + fanum = “che sta fuori dal tempio”) a quello religioso: occorre un intervento esterno per rendere sanctus qualcuno o qualcosa. Invece sacer è ciò che in partenza appartiene alla divinità, e che l’uomo deve arrivare a comprendere come tale. Vivere teologicamente il Natale è fare esperienza del sacro. Viverlo pro-fanamente è escludersi dalla possibilità di fare “auguri” efficaci.

Magari in questo periodo assisteremo anche all’inaugurazione di un nuovo negozio, scintillante di luci, in cui ascolteremo il discorso di apertura e ci verrà offerto un buffet. Attenzione: entreremo in una sfera in cui ancora una volta si sente l’eco lontana dell’Etrusca disciplina. In-augurare”: è sempre in gioco l’augurium. Inaugurare un luogo, nella liturgia religiosa romana, significava delimitarlo fisicamente e sacralmente, per distinguerlo da ciò che gli era esterno, e conferirgli una forza magica speciale che, con il concorso degli dèi, lo rendesse forte, prospero, inattaccabile. Le parole con cui, oltre ai gesti, si rendeva santo il luogo si chiamavano effatio. Seguiva la consacrazione mediante sacrifici a Giove.

L’odierna vetrina è il muro che delimita lo spazio sacro. Il discorso pubblico è l’effatio. Il buffet è la consecratio. Capito perché fare la vetrinista è un’arte e non s’improvvisa?

 

 

 

IMMAGINE

Capri, ©Luigi Ghirri, 1981; fonte foto. Altre opere, biografia e archivio cronologico online delle opere del fotografo italiano, sull’ Archivio ufficiale Ghirri.

ANDREA DEL PONTE
Sono professore di latino e greco nei licei e presidente nazionale del Centrum Latinitatis Europae. Collaboro con articoli e ricerche scientifiche con la Pontificia Università Salesiana, con la rivista “Zetesis” di Moreno Morani, e con la rivista di studi antichi “Grammata”. Sono autore di testi scolastici, traduttore per il teatro dal greco e dal latino, coopero da tempo con Sergio Maifredi e Tullio Solenghi per la realizzazione di testi classici. Ho tradotto per l’INDA di Siracusa i “Sette contro Tebe” al Festival giovani. Come saggista, ho appena pubblicato il volume “Per le nostre radici – Carta d’identità del latino”, con la prefazione di Salvatore Settis.
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