Intelligenza Artificiale tra utopia e distopia

Channel News Asia ha diffuso qualche giorno fa la notizia che nove milioni di cinesi non hanno più potuto acquistare biglietti per voli nazionali in quanto colpevoli di avere punteggi di social credit sotto la soglia di buona reputazione.

Già dal 2014 diversi Comuni cinesi stanno sperimentando su larga scala il social credit, un sistema in grado di classificare i comportamenti dei cittadini rilevando quelli scorretti, e che mette in grado l’ente pubblico di comminare di conseguenza delle sanzioni.

I comportamenti scorretti per ora presi in considerazione, vanno dalle infrazioni al codice della strada al fumo nei luoghi vietati, dall’acquisto di troppi videogiochi alla pubblicazione di notizie false online, ma è facile immaginare dove si può arrivare: ad esempio, un giudizio negativo su una qualche attività di governo può essere tranquillamente ritenuta una fake news….

Su questo tema, Business Insider riferisce che ad un numero imprecisato di persone è già stato impedito di accedere alla classe business dei treni per essere stati sorpresi a salire senza biglietto o a bighellonare davanti alle porte di accesso.

E’ assai curioso che quanto riferito da Channel News Asia sia stato raccontato alla lettera nella terza puntata della serie tv “Black Mirror” del 21 ottobre 2016 (dal titolo “Caduta libera“), in cui si stigmatizzavano i disumani effetti della diffusione di un simile sistema di controllo sociale, reso possibile dalle sempre più avanzate applicazioni dell’Intelligenza Artificiale. Una coincidenza che dovrebbe far riflettere i troppi entusiasti delle magnifiche sorti e progressive dello sviluppo degli algoritmi e che sempre più spesso ci parlano di nuovo “umanesimo digitale”, arrivando addirittura ad affermare che occorre cominciare a studiare l’ipotesi di riconoscere dei diritti ai robot in quanto sempre più simili all’uomo perché sempre più capaci di ragionare in maniera autonoma. Una volta chiarito che è impensabile voler frenare lo sviluppo delle tecnologie digitali e dell’I.A., diventa necessario ricordare che la scienza e la tecnologia dovrebbero essere al servizio dell’uomo, e non contro l’uomo, anche se affermarlo appare una banalità. Sostiene in proposito la prof. Stefania Bandini, direttore del Complex Systems & Artificial Intelligence Research Center dell’Università Bicocca di Milano: “Viviamo nell’oscillazione tra una visione utopica dell’I.A., con le macchine al servizio degli uomini, e la visione distopica di tanta filmografia, che ci ha mostrato quanto possono essere minacciose per l’umanità alcune applicazione dell’intelligenza artificiale. Occorre vigilare“.

Vigilare significa una cosa sola: ammettere che ci siano dei limiti etici che è assai pericoloso valicare, e impegnarsi a rispettarli.

Incuranti di qualunque limite etico, gli entusiasti dell’umanesimo digitale ad oltranza ci sommergono con la dovizia di innovazioni che si possono ottenere impiantando ovunque – anche nel corpo umano – sensori e device frutto di nanotecnologie, manovrati dalle straordinarie capacità di calcolo dell’Intelligenza Artificiale. Prendendo ad esempio la medicina, da un lato si possono curare gravi malattie rare e correggere difetti del DNA, ma si può anche arrivare a pre-selezionare un organismo umano con determinate caratteristiche, o addirittura cercare di ibridare la macchina con l’uomo e l’uomo con la macchina, fino a cercare di farlo diventare eterno: è l’utopia perseguita dal transumanesimo, movimento che – guarda caso – sta spopolando nella Silicon Valley.

Che l’uomo abbia una pericolosa tendenza a trasformarsi in apprendista stregone lo sperimentiamo oramai in ogni campo. Diventa quindi urgente creare un movimento di vera e propria resistenza umana, capace di promuovere l’innovazione per lo sviluppo di un umanesimo integrale a favore dell’uomo e di tutta la comunità umana, e non solo di quei quattro miliardari e di quelle poche multinazionali che stanno diventando i nuovi padroni del mondo.

Nella convinzione che tecnologie digitali, algoritimi e intelligenza artificiale sono un mezzo e non un fine.

 

 

Paesaggio digitale, ©Mirella Beraha

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IMMAGINE

Achrome, Piero manzoni 1958 – 1959. Caolino su tela grinzata, 30× 35 cm. Fonte foto Art/Basel 2017.

Paesaggio digitale, ©Mirella Beraha.  L’immagine gioca sul richiamo alla landscape photography, dove lo spazio architettonico umano è sostituito dal dettaglio della macchina digitale.

Ganzfeld, James Turrell, 2017. Fonte video. L’artista crea performance immersive, citando la tecnica del ganzefeld. Sperimentata in psicologia della percezione, la tecnica induce soggetti bombardati con stimoli luminosi immersivi, a fenomeni di deprivazione sensoriale, blackout visivi e allucinazioni.

ALBERTO CONTRI
Da cinquant’anni in comunicazione, sono stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Sono stato consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Presiedo dal 1999 a titolo gratuito la Fondazione Pubblicità Progresso, che ho trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Insegno Comunicazione Sociale presso la IULM di Milano. Libri: A. Contri, “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale.” (Bollati Boringhieri - 2017) A. Contri, “Comunicazione sociale e media digitali” (Carocci -2018).
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2 commenti su “Intelligenza Artificiale tra utopia e distopia

  1. L’ibridazione è cominciata quando nonno scimmione ha usato un sasso per rompere qualcosa, e da lì in poi non si è più tornati indietro. La nostra umanità è già un’umanità modificata dai media e la nostra etica non può non esserne condizionata. Porre un punto fermo (tagliare una fetta sincronica di etica – la “nostra” etica) è faccenda che può andare bene a noi ma forse non più ai ventenni. Agire sulla consapevolezza, questo sì. Sulla cultura, sulla conoscenza, sul confronto.

    Sono rimasto scioccato, anni fa, dalla diffusione incontrollata e rapidissima dell’accezione – positiva – mutuata dall’inglese del termine “visionario”. La sciatta leggerezza di giornalisti e divulgatori e l’ignoranza dei lettori ha trasformato un malato di mente in un geniale sognatore (si parlava di Steve Jobs) senza che nessuno alzasse la mano e chiedesse almeno: “ma sul serio?”.

    Ecco, quello che dovremmo auspicare è il controllo. Non un controllo centralizzato, ma una maggioranza di persone che sentono dire “visionario” e alzano la mano. Persone che guardano il cellulare per la ventesima volta in un’ora senza motivi specifici se non la dipendenza (sindrome da amputazione?) e perlomeno si chiedono se sia strano. Persone che giustificano una riflessione cosciente (anche se magari elitaria) su questi temi. Ma anche questa è una visione etica mia, o nostra: il nostro bene/male e la sua salvaguardia. Chi può dire che abbiamo ragione, più ragione di quanta ne avessero i romani a possedere altri esseri umani o di quanta ne abbia chi preferirebbe essere cablato per evitare le code alle casse (sono tanti, ormai)?
    (il mio compagno di classe Andrea diceva: “ma 1984 finisce bene” – cioè, vince il sistema, la norma, lo stato, la collettività; e perdono gli eversori)

    Io credo che ormai la spinta tecnologica sia così forte e la tecnologia così complessa e pervasiva che sarà difficile resistere all’integrazione totale (eppoi: un pacemaker già ci rende bionici, o no?).

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