Predatori

I colpevoli della violenza, degli abusi e del disprezzo verso Desirée, la giovane ragazza uccisa con un mix di droghe e violentata fino alla morte, trattata come la carcassa di una gazzella da un branco di iene, si stanno tranquillamente inoltrando, insieme ai loro difensori, nell’italico e piacevole labirinto della procedura penale, dei commi bis e ter.

Il nostro dolore, la sofferenza e lo sdegno, però, non si perdono nel dedalo delle aule di tribunale. E le modalità predatorie di quei particolari branchi di animali africani destano rabbia.

Al contrario, più passano i giorni meno la ferita si rimargina.

La storia di Desirée come quella di Pamela, a Macerata, non sono solo episodi isolati. E non sono casi limite, resi possibili dalla melma in cui rischia di sprofondare la nostra società: il brodo di coltura della prevaricazione, le sabbie mobili di una violenza verso chi viene ritenuto debole o isolato e non trova davanti a sé il muro di una resistenza incondizionata. A meno di non fare parte di quel mondo un po’ radical e un po chic che ha perso ormai le dimensioni della la realtà.

Tanto i fatti di provincia quanto quelli della capitale d’Italia riguardano minorenni o diciottenni coinvolte nel vortice delle droghe: un giro più grande di loro, una spirale di buio più forte del loro senso di identità, di libertà e della loro vita di relazione affettiva.

Alle radici di questa sperdutezza personale c’è qualcosa di ancora più profondo e lontano nel tempo.

Oggi è facile riempirsi la bocca di concetti come emancipazione femminile, ma in realtà che cosa è successo veramente a riguardo della condizione della donna negli ultimi cinquant’anni?

Anziché l’esaltazione della figura centrale della nostra umanità, oggi è il disprezzo a prevalere.

La mercificazione, il ruolo di oggetto anziché soggetto.

Per limitarci ai segni marcatamente più evidenti di tutto questo, pensiamo al linguaggio pubblicitario e alla comunicazione: l’affermazione della donna-oggetto, la donna-merce. Oggetto di desiderio e cioè di vendita, in due varianti: assertiva ed erotica, oppure frammentata.

Dal vecchio stereotipo si è passati ad uno stereotipo nuovo, altrettanto rigido: e così la donna non si concepisce più “imprigionata” in un ruolo comunque positivo (trasmettere la vita, nutrire, accudire, educare, amare) oggi resta incarcerata nella visione negativa di chi è libera da vincoli, spesso sola.

In questo vuoto trovano spazio i mercanti di morte, capaci di circuire le persone più fragili e ucciderle o farle morire lentamente.

Un dramma del quale le istituzioni – diciamo pure, la politica – non si occupa, non interviene a difesa degli ultimi, non propone valori e soluzioni. Al contrario. Fino a pochi mesi fa i partiti al governo, le tv e i giornali ad essi “vicini” per non dire asserviti, non facevano che parlare di liberalizzazione delle cosiddette “droghe leggere”.  Ma che idea geniale! Non ce n’è abbastanza di stupefacenti in circolo, davanti alle scuole (e talvolta anche dentro), facciamone girare ancora di più…

Con la  memoria a quella valigia di Macerata, con una ragazza dentro fatta a pezzi, rivolgiamo lo sguardo all’antro buio del quartiere San Lorenzo dove cannabis, cocaina, eroina, alcolici e psicofarmaci hanno sfrattato da questo mondo una sedicenne.

Una volta sapevamo che l’oppressione dei poveri “grida vendetta al cospetto di Dio”, oggi si dice più debolmente “grida verso il cielo” .

Non è forse oppressione dei poveri, e non in senso economico, quella di cui stiamo parlando? Non è forse il “sangue di Abele” quello di Pamela e Desirée?

Sì, lo è.

È nelle parole stesse dei Caini di oggi: “la dose mortale non gliel’ho data io, che ne so io”? Che equivale a dire: “sono forse il guardiano di mio fratello”? Come disse Caino quella volta.

Sono loro le belve, i predatori vigliacchi che, come le iene di una cultura dove le bambine e le ragazzine vengono rapite nei collegi femminili per farne schiave sessuali, attaccano solo chi è già in difficoltà. I vari Mamadou, Alinno, Brian, Yusif, Marco. Quelli che dicono nelle nostre aule di giustizia sì, ma, però, no io non c’ero,  non sono stato io, sì ma era consenziente, ridatemi la libertà oppure non il carcere ma qualcosa di sostitutivo. Quelli che s’aggrappano a un futile motivo in meno per aver lo sconto.

Abbiamo capito chi siete, anzi cosa siete.

Adesso tocca alla giustizia farci sapere come effettivamente sono andate le cose e comminare le giuste condanne. Aspettiamo, lo vedremo.

Tocca invece alla politica prendere delle misure efficaci contro la violenza bruta e gratuita che sempre – dico sempre – è associata allo spaccio delle sostanze di morte.

Fare leggi mirate e assumere provvedimenti risolutivi tocca alla politica, vale a dire a noi cittadini. Noi cittadini che abbiamo ancora – finché ce lo concedono – il potere di farci rappresentare dalle forze politiche che corrispondono ai nostri ideali, alla nostra legittima visione della vita. Ma si rendono conto i nostri politici, di destra e di centro o di sinistra o di non so dove come i 5S, che la droga è un male profondo e radicato che sta distruggendo una intera generazione, che in Italia ci sono migliaia di morti ogni anno? Qualcuno  deve ricordare la storia dell’Aids: nel mondo morivano milioni di persone, negli USA ne morirono in un anno quasi 100.000, fino a quando non toccò a qualche politico o amico di politici della potente lobby gay americana. Allora corsero ai ripari con un vero e proprio piano Marshall per debellare il fenomeno. Dobbiamo forse sperare che accada anche da noi una cosa del genere, prima che la politica su occupi del futuro dei nostri giovani ?

Non ci vuole molto. La gestione di uno stato non si fa curando i feriti, per quello abbiamo gli ospedali e le comunità, si fa pensando e programmando una prevenzione profonda e consapevole. Anche partendo dai nostri centri storici, sotto le nostre case e dentro i nostri palazzi, quando si aggirano i delinquenti pronti a schiacciare i più deboli, qualche misura deterrente andrà pur presa.

Non sarà risolutiva di tutto il problema, ci mancherebbe, però una bella castrazione chimica… Che detta  così sembra un cataclisma, una violazione dei diritti umani.

Ma in fondo si tratta solo di sostanze che aiutano questi signori, i predatori migrati nelle nostre città, a contare fino a dieci prima di aprirsi la patta dei pantaloni davanti a ragazzine rese da loro stessi inermi e sottomesse.

Facendo i conti, basta una sola sostanza chimica.

Molto meno dei quattro intrugli fatti ingerire a Desirée, secondo i risultati dell’autopsia.

I nostri campioni sapevano bene come usare Tranquirit, aggiungendovi poi Quentiax, Tolep e infine Aliperidolo, per poi vedere l’effetto che faceva sulla loro vittima di turno.

Non avranno mica paura di prendere due gocce di medrossiprogesterone.

Li aiuterà ad esercitare la loro “libertà”, i loro “diritti” senza fare del male agli altri. Non basta ? E’ un buon inizio.

 

 

 

IMMAGINE

The Distance, ©Hossein Sehatlou; Chiaru Shiota, 2018. Göteborgs Konstmuseum – Gothenburg Museum of Art, Gothenburg / Svezia.

 

BONFIGLIO MARIOTTI
Sono nato in Romagna, da non confondere con l’Emilia. Il 29 marzo del 1956. Era quasi primavera, ma il mese, si sa, è un po’ pazzo e c’erano due metri di neve: è cominciata così la mia vita. Non ho capito bene la differenza fra imprenditori e industriali, ma è da quella parte che sto. Chairman e founder di Bluenext, azienda di informatica che sta a Rimini e fa software gestionale per commercialisti e imprese. Presiedo Assosoftware, la nostra associazione in Confindustria.
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