I concept store senza concept

Va di moda il concept store ma l’innovazione del punto vendita o di servizio prevede che, almeno, il concetto ci sia.

Spesso i concept store sono contenitori di merce ben esposta senza un nesso logico ed emotivo.

Lo scopo del concept, o progetto creativo, deve sempre proporre e eseguire vite parallele di prodotto. Le cose sono dei concetti e gli eventi storici, culturali, geografici, sono codici di comunicazione identitaria di quel prodotto in quanto portatore di un significato e di un valore. La reazione emotiva, dunque, risponde a logiche più profonde ed è capace di muovere un mercato nel momento in cui suscita nell’utenza un’identificazione.

Affinché questa reazione sia possibile, l’elaborazione di un concept deve dunque partire dall’originalità del prodotto, e della sua presentazione, e dall’analisi di un “mundus” o sistema culturale, storico, sociale, in cui esso si contestualizza, non dall’utenza o mercato. Il significato di “mundus”, a cui faccio fede, ha origini lontane.

Plutarco racconta che, durante un rituale etrusco, Romolo al momento della fondazione di Roma gettò in una fossa, mundus, poi chiusa, le primizie di tutte le cose.  Roma dunque  nasce in uno spazio chiuso dove  simbolicamente sono custodite tutte le cose.  In greco il latino mundus è reso dal termine kosmos. Kosmos  racchiude in sé il concetto di bellezza, eleganza o anche di “ornamento di ciò che ha un ordine”. Ricercare il kosmos insisto in ogni cosa significa rilevare il suo bene.  Il kosmos insito in ogni cosa è il suo bene (Gorgia).

Ragion per cui propongo un’etica nella comunicazione che riveli il bene insisto nelle cose. Se il prodotto è il risultato delle operazioni di un capitale umano ed intellettuale, di un sistema, di un contesto geografico e di un’insieme di concatenazioni storiche e  progettuali, non va comunicato il prodotto ma raccontato il sistema, affinché trovi spazio anche nel nostro mondo personale.

Il concept deve sviluppare un progetto creativo che tenga conto di un viaggio esperienziale dove il mundus in cui nasce si trasferisca in codici e simboli comunicabili, anche a costo di uscire dalla semplice presentazione funzionale dell’oggetto.

In sintesi, gli oggetti per essere comunicati devono essere ri-costruiti in un’immagine semiotica che tenga conto del loro contesto, della loro originaria ricezione. Analogamente, l’attività di stampo logico e razionalista con cui un classicista lega i frammenti documentari e crea connessioni di senso, in modo analitico getta  luce su cosa un tempo un determinato elemento rappresentasse e come apparisse. Il classicista lavora su due piani, significato e ricezione con una particolare attenzione agli aspetti o vite diverse che gli scritti o le opere del mondo classico hanno acquisito nel tempo. Ogni momento storico contribuisce dando una nuova lettura ed interpretazione, ossia “marchiando” con il proprio sistema di valori e una rinnovata “identità”.

Chi lavora sul concept lega frammenti sparsi, operando come un mosaicista, leggendo i vari significati che un prodotto/servizio si porta dentro e manifestandolo in nuova luce.

Ecco il motivo per cui non può esserci innovazione senza memoria, non può esserci creatività senza cultura.

 

 

 

IMMAGINE

Every day is a good day, ©Mike Bruce, fonte foto Art/Basel. Edmund de Waal, 2016.  Porcellana e alabastro in plexiglass e alluminio, Galerie Max Hetzler. L’artista ceramista britannico Edmund Arthur Lowndes de Waal, ingloba nel suo design tradizione estetica anglo-orientale, tracce di Bauhaus e minimalismo contemporaneo. È autore di La strada bianca. Storia di una passione e Un’eredità di avorio e ambra, editi da Bollati Boringhieri.

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EUGENIA TONI
Da Bisanzio alla Comunicazione Strategica.
Articolo creato 10

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