Happiness writes white, scrivere per guarire

La felicità scrive in bianco, recita un adagio.

Quanto siano vere queste parole non lo sappiamo. Ma sicuramente chi si trova in uno stato di felicità non sente un bisogno impellente di prendere carta e penna, di svuotare il suo sé e di mutarlo in parole. Perché la scrittura del sé è “sempre in qualche modo il tentativo di ritrovare un ordine, di riscattare una pena, di ricomporre o almeno di rimettere in campo contraddizioni, di dare un senso a un dolore che non ne ha avuto, di riparare una frattura caotica” (Donatella Puliga, La depressione è una dea).*

 

È in questi termini che la scrittura dell’io può rivestire un valore terapeutico, curativo e riparativo: lo psichiatra Oliver Sacks sosteneva infatti che “un uomo normale è quello che vive la sua vita come un racconto in divenire. Ogni volta che perdiamo questa capacità di raccontare noi stessi, la nostra vita, quello che abbiamo dentro, ci siamo scompensati. È compito dell’operatore di scrittura terapeutica e di chiunque scriva per esprimersi, riconoscere la vitalità delle parole che nascono accettandone anche la coraggiosa e preziosa imperfezione”.

 

Anche gli antichi Romani conoscevano bene l’efficacia terapeutica dello scrivere del sé. Alcuni di loro lo consideravano una vera e propria forma di cura: un remedium doloris.

Ovidio è uno fra questi. Il poeta di Sulmona, celebre soprattutto per le elegie d’amore e per il monumentale poema mitologico delle Metamorfosi, allontanato dall’amata Roma e condannato all’esilio si imbatte nel male oscuro. Relegato a Tomi, sul Mar Nero, l’animo del nostro poeta viene infatti annientato e prostrato da angoscia, tristezza e senso di vuoto: mutate le condizioni di vita e i presupposti ideali che lo avevano ispirato nella prima fase di composizione poetica, Ovidio desidera cercare riparo e consolazione e li trova nella scrittura del sé.

 

È così che il suo dolore si concretizza e prende una nuova forma. Nel profondo dell’oscurità interiore Ovidio trova il coraggio e la forza di osservarsi, di raccontare il tormento e il dispiacere che lo lacerano: il poeta avverte la necessità di svuotarsi, guardarsi ed ascoltarsi. Le parole che prendono vita da questa individualità ferita lo aiutano a conoscere e a rielaborare in maniera più analitica ciò che sta vivendo e sentendo: divenuti qualcosa di concreto, i suoi versi si fanno infatti interpreti e specchio del disagio del suo sé, ma non solo. Ovidio scrive chiaramente che il libro che racconta delle sue tristezze giungerà fino a Roma: in questo modo si farà portatore di un messaggio di disperazione perché tutti devono sapere che Murcia, la dea che fa marcire l’animo (e che quindi provoca la depressione), ha colpito il suo io.

 

Ne consegue che scopo di questo nuovo modo di fare poesia non è più la fama, ma la salvezza e l’approdo alla quiete: grazie all’analisi del proprio stato depressivo il poeta può avviare un cammino di guarigione interiore che prende vita a partire dalla creatività dello scrivere. Partorendo e studiando il proprio male, Ovidio fa della scrittura la più efficace di tutte le medicine, l’unica cura che può in qualche modo alleviare il suo malessere.

 

Come sostenuto da diversi studiosi della psiche, l’attività dello scrivere è in grado di apportare numerosi benefici all’animo malinconico e oppresso: è una sorta di camera di decompressione e di luogo di generazione dove le parole prendono il posto dei tormenti angosciosi. Passando per una morte interiore, la scrittura del sè dà quindi luce ad una nuova vita che agisce ed interagisce. E proprio grazie a questo parto del sè può verificarsi la rinascita.

 

Condizione necessaria per conferire alla scrittura una funzione terapeutica deve essere uno stato di malessere: l’animo deve avvertire una sensazione di inattività, di spegnimento di ogni entusiasmo; deve sentirsi in preda all’umore nero, perché è solo grazie all’oscurità e all’esperienza dolorosa che lo scrivere può divenire un rimedio e una cura per il sè. Come ha detto Bufalino,si scrive per popolare il deserto; per non essere soli nella voluttà di essere soli; per distrarsi alla tentazione del niente o almeno procrastinarla”.

 

Per questo la felicità scrive in bianco.

 

La felicità è una candida signora tutta pregna di luce che non conosce l’inchiostro nero dello scrittore perché non ne ha bisogno. O meglio: lei non si fa parola per guarire il sè e non genera discorsi a partire da un disordine interiore. Perché il suo foglio bianco, puro ed essenziale dice più di quanto potrebbero mille parole: di conseguenza accoglierà solo la penna di chi si trova in uno stato di grazia, di chi non oscurerà il suo candore. E mai vorrà ospitare le tristi parole di un uomo in preda al male oscuro.

 

 

 

IMMAGINI

©Robert Pettena, Antonio Canova, Maddalena giacente, 1819-1822 (part.), Venere e Adone, 1789-1794, Venere Italica, 1804. Fonte foto.

 

LIBRI

Donatella Puliga, La depressione è una dea, Il Mulino, Bologna, 2017;  *p. 197.

 

 

STEFANIA SANTONI
Un cuore antico per una nuova scrittura del sé.
Articolo creato 7

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