Donna e Lavoro: La tutela che “discrimina”

Ben conscio dell’inesauribile credito maturato dalla donna,

nei confronti della società durante il corso della storia, e altrettanto consapevole del rischio concreto di essere, con il presente contributo, irrimediabilmente frainteso, la mia sincera ammirazione per il “sesso forte”, cioè le donne stesse, non permette in alcun modo di tacere le mie perplessità su di alcune, davvero poco attuali, interpretazioni e applicazioni legislative a garanzia del lavoro.

Invero, nell’apprendere e analizzare una recente sentenza, corte di cassazione n. 28926 del 2018, mi sono domandato, colto da un sentimento misto di sgomento e amarezza, se la giusta attuazione della protezione di legge da parte della magistratura, possa completamente prescindere, nell’iter motivazionale, dall’attualità e dal progresso nella parità di trattamento che fortunatamente ci riguarda.

Per farla breve, nella prima parte della pronuncia, i giudici si occupano con successo di dirimere l’annosa questione del diritto, ex art. 35 D.L.gs. 198 del 2006 (codice pari opportunità), alla conservazione del posto dalla “richiesta delle pubblicazioni di matrimonio…a un anno dopo la celebrazione”.

Evidenziando la più antica genesi del contenuto della norma, legge 7 del 1963, l’organo giudicante respinge la richiesta di un lavoratore uomo, statuendo nella donna l’unica destinataria della tutela contro il licenziamento e rammentando come la mira del legislatore dell’epoca, fosse quella di scongiurare la diffusa prassi dei licenziamenti delle lavoratrici in occasione delle nozze.

Nella seconda parte del provvedimento però, la corte, proseguendo a sostegno della decisione, si premura di invocare precedenti decisioni della consulta in tema di maternità, rimarcando i precetti della carta in tema di protezione della madre e del bambino (art. 37 Costituzione), e riportando le seguenti, testuali, parole:

Si comprende allora come la previsione normativa in esame, lungi dall’essere discriminatoria… in quanto rispondente ad una diversità di trattamento giustificata da ragioni, non già di genere del soggetto che presti un’attività lavorativa, ma di tutela della maternità, costituzionalmente garantita alla donnain funzione dell’adempimento della “sua essenziale funzione familiare” anche nell’assicurazione “alla madre e al bambino” di “una speciale adeguata protezione””.

Evitando di riproporre gli ulteriori sproloqui in tema di gestazione e puerperio – che per inciso proseguono ben oltre – contenuti nell’ordinanza ed esortandovi a verificare con i vostri occhi quanto detto, c’è da interrogarsi sul perché, nel 2018, trattando di matrimonio e soprattutto di parità di genere, si debba finire col parlare di maternità e di essenziale funzione familiare della donna!

E’ forse previsto per legge che al vincolo del matrimonio consegua il vincolo di procreare? E in caso di risposta (si spera) negativa, quale funzione essenziale può essere di esclusivo appannaggio della donna anziché dell’uomo? E soprattutto, per quale diavolo di ragione la riesumazione storica delle anzidette atrocità sociali motivo della legge, non erano sufficienti a esprimersi sul caso di specie?

Sperando di aver trasmesso il mio disappunto a riguardo, ci si è poi messo anche il legislatore che, con la legge di bilancio (145 del 2018) e in un “modo di vedere le cose”, dal mio punto di vista, non dissimile dai giudici di legittimità, introduce nell’ordinamento un novello diritto di prelazione.

Al comma 486 dell’articolo 1 infatti, si prevede che, nei tre anni successivi la conclusione del congedo obbligatorio di maternità, nelle aziende stipulanti accordi di lavoro agile c.d. smart working, si dia priorità alle richieste avanzate da lavoratrici madri.

E i lavoratori padri in caso di morte, infermità o abbandono della madre? O quelli fruitori di congedo parentale (astensione facoltativa) magari accompagnati a donne in piena ascesa professionale?

Insomma, ciò che fa rabbia e che rattrista, almeno per quanto riguarda il sottoscritto, è la sovente malcelata ipocrisia su di una “parità” che, formalmente raggiunta su carta e nella norma, non trova sostanza, continuità e attualità nel pensiero, nell’attitudine e nella cultura, nemmeno quella istituzionale.

E allora passi la provocazione, ma anche una tutela mal interpretata, può, nei fatti, discriminare.

 

 

 

IMMAGINE

Yves Klein, Antropometrie dell’epoca blu, 1960. Fonte foto.

FEDERICO AVANZI
Consulente del Lavoro, sono appassionato di diritto del lavoro e orientato alla gestione di fattispecie legali e contrattuali complesse. Esercito la professione fornendo assistenza specializzata in favore, indistintamente, di aziende e lavoratori, anche attraverso l’ausilio di studio legale, con cui collaboro stabilmente. Sono delegato alle relazioni industriali per l’Emilia Romagna per conto di Confapindustria. Faccio attività di formazione e pubblicazione. Sono autore del blog Lavoro e Consapevolezza, che è anche su Facebook. https://www.facebook.com/lavoroeconsapevolezza
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