La trappola della produttività e la dignità umana

Ci sono innumerevoli eventi

che pongono le persone di fronte a piccoli o grandi mutamenti della propria vita: trasferimenti, perdite affettive, tradimenti, occasioni lavorative, malattie.

Nel caso di queste ultime, in modo particolare, il cambiamento investe non solo la propria vita, ma la concezione stessa della vita.
Quando ci si trova di fronte ad una diagnosi che condannerà il soggetto a subire gli esiti di una patologia invalidante e progressiva, egli ha di fronte a sé due opzioni: lasciarsi travolgere dalla situazione, abbandonandosi alla disperazione ed affogando nei flutti tempestosi, oppure affrontare la mareggiata, come un coraggioso nostromo, e superare le brusche ondate accompagnandole senza scontrarvisi, con la consapevolezza che lo scontro, infatti, sarebbe assolutamente distruttivo per sé stesso e non certamente per il mare.

La diagnosi di una malattia autoimmune pone il soggetto in un eterno presente: l’impossibilità, infatti, di prevedere quanto e come sarà aggressiva la patologia nel susseguirsi dei giorni, impedisce la programmazione del proprio futuro: potrò lavorare domani? Potrò fare quel viaggio che desidero fare la prossima estate?

Certo, nessuno può prevedere il futuro e a nessuno è data la certezza della salute propria o di congiunti, ma il soggetto con patologia autoimmune, invalidante e progressiva, sa che non potrà programmare nemmeno l’imminente serata, sa che tutto dipenderà da quella che ormai è la sua ‘compagna’ di vita.

Tale situazione, in alcuni casi, offre però una possibilità, che ad altri è data solo in presenza di una certa sensibilità. Ovvero, offre la capacità di trascendere sé stessi e i propri limiti.

E’, infatti, proprio la consapevolezza del proprio limite, più marcato rispetto a quello dei soggetti sani, che può -non in tutti i casi, naturalmente- rendere maggiormente consapevoli della possibilità di trascendere sé stessi e il proprio fisico. Qualità che, come ha scritto Robert Spaemann – grandissimo filosofo recentemente scomparso-, è prerogativa dell’uomo, in quanto “essere capace di autotrascendersi”.

Quando l’immagine dell’orizzonte si abbassa – perché i propri limiti sono più ampi e provocano una maggiore ricaduta, chiusura su sé stessi-, lascia maggiore spazio al cielo rispetto alla terra, si apre, dunque, uno spazio maggiore esterno. E questo, per paradossale che possa sembrare, produce un’apertura alle possibilità che esso offre, in primis la capacità di sviluppare empatia, di comprendere il dolore altrui e di dargli un senso.

Mi spiego meglio.

Siamo abituati, in questa società capitalistica e consumistica, a misurare il valore delle persone attraverso la produttività. Se una persona produce – e di conseguenza consuma- è degna di considerazione da parte della società, se una persona produce meno viene considerata un peso, un problema. In una società cosÏ formulata – ovvero in senso utilitarista- viene messa a repentaglio la dignità della persona in quanto tale.

Il malato autoimmune, che rientra nella categoria di minore produttività in termini capitalistici/consumistici e, dunque, è meno ‘utile’ alla società, risente di questa impostazione che si palesa nel non essere compreso, nell’essere considerato un malato quasi immaginario (a volte i sintomi di tali patologie sono interni e non sempre sono visibili all’occhio comune), una specie di parassita, insomma.

Naturalmente, l’esempio della patologia autoimmune è stato solo un pretesto, un modello. Quanto finora scritto, in realtà, vale per ogni tipo di malattia invalidante o disabilità, anche se con differenze specifiche la cui analisi non rientra in questa sede.

Ed ecco, dunque, la questione: in cosa si definisce la dignità di un essere umano? E prima ancora: cosa definisce un essere umano?

Spaemann nelle sue opere si chiedeva se la definizione tassonomica e biologica di essere umano fosse sufficiente a disegnare la cornice in cui ricomprendere la sua dignità. Scrive Spaemann: “la dignità non è una qualità biologica dell’uomo. La dignità è il fondamento dell’uomo, spiega l’esistenza di diritti e doveri, della libertà e della responsabilità. La dignità ha in sé qualcosa di trascendente, di sacro, di religioso, perché solo “rappresentando” l’Assoluto l’essere umano possiede ciò che chiamiamo “dignità”*.

La nozione della “persona umana”, infatti, autentica idea portante della cultura occidentale, è oggi messa in discussione da un approccio utilitaristico che vorrebbe ridurre i comportamenti degli esseri umani al funzionamento del sistema nervoso centrale ed alla funzione socialmente utile degli stessi.

Si aprono scenari inquietanti che conducono alla riflessione sul valore riconosciuto alla vita umana nella società occidentale, valore che attualmente sta subendo colpi su colpi, ad uso e consumo di una società tarata sul modello utilitarista, che sta producendo uno svuotamento di senso e di significato dell’intera esistenza. Basti pensare al ‘diritto di morire’ (suicidio assistito) e al ‘diritto di uccidere’ (aborto ed eutanasia).

La sfida attuale, dunque, sulle orme del grande filosofo, è quella di misurarsi con il mutamento della società occidentale, con gli esiti di questa deriva utilitaristica: l’abolizione dell’uomo, la sua spersonalizzazione a mero funzionario di una grande macchina, di un grande ingranaggio, esiti che testi come quelli L’operaio di Ernst Junger e l’Ulisse di James Joyce, o pellicole come Tempi moderni di Charlie Chaplin – per citarne solo alcuni-, hanno intuito ed evidenziato da tempo.

 

 

 

IMMAGINI

Terry Gilliam, La Damnation de Faust, Opera lirica, messa in scena di Berlino 2017

 

* Robert Spaermann, Tre lezioni sulla dignità della vita umana, ed.Lindau, 2018

 

ROBERTA FIDANZIA
Studio, leggo, scrivo.
Articolo creato 9

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