Schadenfreude. Quella sorta di crudeltà

Da bambino ogni volta che mio papà mi portava sulla spiaggia di Sturla o di Quinto,

il mio divertimento principale era quello di andare alla ricerca dei sassolini più curiosi per forma e per colore, in particolare di quelli che assomigliavano a ovetti perfettamente levigati, lucidissimi e con striature bizzarre. Li mettevo in un sacchetto e li portavo a casa. Qui cominciava il lavoro più propriamente “scientifico”: con un piccolo martello che avevo in dotazione li rompevo metodicamente, andando alla ricerca di quel che nascondevano nel loro cuore. Ed erano spesso sorprese mineralogiche affascinanti. Chissà se questa attività infantile non sia stata premonitrice di quella che ho poi sviluppato da grande: andare in cerca di parole. Italiane, greche, latine, tedesche, magari sanscrite, e sezionarle per capire meglio uno spicchio di realtà. Ho ancora ogni tanto la fortuna di trovarne di nuove. Quando succede, è una gioia. Vi racconto dell’ultima scoperta.

Avete presente il sentimento di piacere che si può provare per un insuccesso altrui – incidenti, avversità, fallimenti, figuracce? È molto brutto, ma tutti sappiamo di che cosa si tratta. Per descriverlo esiste una parola greca che ho trovato in un’operetta dimenticata di Plutarco (“La curiosità”) e poi in Aristotele: epichairekakìa. Il suo corrispondente in tedesco è Schadenfreude (pron. “sciàden-fròide”), letteralmente “piacere per le disgrazie altrui”. In italiano non esiste un termine equivalente, perché non esiste neanche in latino, in cui al massimo si parla di gaudium de malo (Tommaso d’Aquino). Plutarco ne dà questa definizione: «L’invidia è il tormento di fronte ai beni altrui, mentre la malignità è il piacere che si prova davanti ai mali altrui; entrambe sono figlie di una passione crudele e selvaggia, la cattiveria».

Questa frase ci spinge a riflettere sulla differenza che passa tra invidia e Schadenfreude: l’invidia è un sentimento “attivo”, che ci attrae malignamente verso quel che di desiderabile hanno gli altri e di cui noi siamo privi; invece la Schadenfreude è un sentimento “passivo”, per il quale si assiste da spettatori al male di qualcuno, compiacendosi per il fatto che succede. Potrebbe essere una collega presuntuosa e antipatica cui si rompe il tacco proprio durante la conversazione con l’amministratore delegato; oppure il vicino di casa insopportabile che non ci saluta in ascensore e che al mattino incontriamo imbufalito davanti all’auto con due gomme sgonfie; o il saccente predicatore di moralità pizzicato dai fotografi in compagnia di un’amante. Il contrario è “misericordia”: quella del buon Samaritano che, vedendo ai bordi della strada un Giudeo mezzo morto dopo essere stato depredato dai briganti, non gode della sua disgrazia, nonostante che i Giudei odiassero i Samaritani, ma ne ha pietà, lo cura e lo rifocilla. Non gode della sua disgrazia, pensando “ben gli sta”.

Non gode della rovina dei naufraghi neanche l’epicureo Lucrezio, quando nel proemio del II libro del De rerum natura dichiara il senso di soddisfazione che prende il saggio quando, al sicuro sulla terra ferma della filosofia, osserva il penoso dibattersi degli altri tra i marosi delle proprie contraddizioni:

È dolce, quando i venti sconvolgono le acque nel grande mare, guardare da terra la grande fatica di un altro; non perché sia un lieto piacere (iucunda voluptas) che soffra qualcuno, ma perché è dolce vedere  di quali mali tu stesso sia privo.

Mi viene da pensare che i tempi contemporanei possono essere ben illustrati, invece,  proprio in chiave di acuta e crudele Schadenfreude, come se vivessimo in un serraglio di bestie feroci senza misericordia: l’esultanza di gruppi islamisti in tutto il mondo per il “successo” di attentati spaventosi come quello del Bataclàn a Parigi nel 2015 (130 morti) ne è solo una delle tante prove. L’odio politico che dilania il nostro Paese, in cui è possibile che il ministro dell’Interno venga ritratto su muri e su manifesti appeso a testa in giù come Mussolini a Piazzale Loreto è una testimonianza di Schadenfreude criminale.  

Ma, a pensarci bene, sono quasi trent’anni che “Paperissima” su Canale 5 “educa” gli Italiani a un’apparentemente innocua Schadenfreude, facendoci ridere con filmati di incidenti e disavventure di ogni tipo. Mi vien da riflettere che forse (anzi senz’altro) la sciocca pedagogia televisiva ha avuto e continua ad avere una grande incidenza nella corrosione del sistema morale della comunità nazionale.

Non solo i ponti crollano perché i giunti che tenevano assieme i piloni sono stati consumati dalla ruggine; anche le società.

 

 

 

IMMAGINE

Picasso, Ritratto di Marie-Thérèse, 1937, Parigi. Olio e matita su tela, 46×38. Musèe National Picasso, Parigi

ANDREA DEL PONTE
Sono professore di latino e greco nei licei e presidente nazionale del Centrum Latinitatis Europae. Collaboro con articoli e ricerche scientifiche con la Pontificia Università Salesiana, con la rivista “Zetesis” di Moreno Morani, e con la rivista di studi antichi “Grammata”. Sono autore di testi scolastici, traduttore per il teatro dal greco e dal latino, coopero da tempo con Sergio Maifredi e Tullio Solenghi per la realizzazione di testi classici. Ho tradotto per l’INDA di Siracusa i “Sette contro Tebe” al Festival giovani. Come saggista, ho appena pubblicato il volume “Per le nostre radici – Carta d’identità del latino”, con la prefazione di Salvatore Settis.
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