Homo sacer. La violenza del potere

L’aggettivo latino sacer, sacra, sacrum è piuttosto sorprendente,

perché può significare nel contempo “sacro, consacrato al dio” e “maledetto”, “che suscita orrore e riprovazione”. Infatti ciò che è sacer esula dalla normale umanità, sia nel bene che nel male: può indicare quel che si colloca sia al di sopra sia al di sotto dell’uomo. Questa “non appartenenza all’uomo” può venire a sancire, ad esempio, la sacralità di una montagna, di cui si riconosce alla divinità la proprietà, ma anche marchiare negativamente chi, con le sue parole o con i suoi atti, si è reso estraneo alla collettività violandone le regole etiche.

Costui diventa così homo sacer – un reietto, un reprobo, che solleva l’indignazione del gruppo e ne scatena la voglia di castigo allo scopo di reintegrare l’equilibrio perduto. Sacer esto, “sia maledetto”.

Tuttavia, per la legge romana, la negatività di questo individuo, impuro sia davanti agli uomini che davanti agli dèi, è tale da metterlo al di fuori addirittura del diritto stesso: non può essere messo a morte dallo Stato né sacrificato, ma potrà essere ucciso da chiunque senza incorrere nel reato di omicidio.

 

Hanno scritto sull’argomento pagine celebri e illuminanti soprattutto due pensatori: René Girard (“Il capro espiatorio” 1982) e Giorgio Agamben (“Homo sacer” 1995).

 

La questione non riguarda certamente solo l’antropologia dell’antichità, ma investe direttamente proprio noi, qui e ora.

L’homo sacer non è necessariamente un delinquente: può essere Socrate, Galileo, Solgenitsin – il crudo cantore dei Gulag -.

È spesso un contestatore del pensiero unico o dominante, uno spirito libero e anticonformista, un esponente della diversità.

Fa paura all’ordine costituito, che reagisce come “biopotere”, annullandone con i mezzi di cui dispone (la magistratura, la polizia o i media) la legittimità politica, riducendolo a “nuda vita”, esposto all’altrui arbitrio.

Il Novecento ha ben conosciuto la violenza con cui dei poteri folli e dispotici hanno ridotto milioni di persone nello stato di homines sacri: sono stati gli Ebrei nei lager nazisti, i kulaki annientati da Stalin, gli intellettuali anticomunisti relegati in Siberia, i cambogiani tradizionali torturati e massacrati da Pol Pot.

Ma tutta la storia è percorsa da queste scariche di intolleranza: sono il rogo di Giordano Bruno, la strage degli Ugonotti, lo sterminio degli anti-rivoluzionari vandeani.

Poi, a livello privato e quotidiano, ci sono le vessazioni cui può andare incontro chiunque non sia prudentemente allineato al pensiero dominante.

Girard ha mostrato come alle società in crisi (= nei momenti “di passaggio e di scelta”) sia necessario individuare un capro espiatorio sul quale far convergere in forma persecutoria le tensioni e gli antagonismi: individuata la vittima, la si copre di denunce e di insulti, isolandola dal contesto collettivo e colpevolizzandola senza possibilità di replica – dopo di che si passa a una lapidazione concreta o figurata-.

 

Il fenomeno più curioso è che l’oggetto iniziale dell’indignazione si dimentica o comunque non riveste più tanta importanza: quel che conta è che il sacrificio dell’homo sacer  ha la funzione terapeutica di compattare le singole personalità attorno a un pensiero comune, restituendo unità e pace a una società prima percorsa da fremiti di incertezza e disunione.

Singolare anche il fatto che la folla isterica non si ponga nessuna domanda sulle eventuali buone ragioni del capro espiatorio o sull’ingiustizia della violenza cui è sottoposto, perché scatta un meccanismo di “contagio mimetico” che spinge ciascuno a omologarsi a quella che avverte essere la corrente dominante e più forte.

 

Essere consapevoli di questi meccanismi arcaici e feroci in tempi di nuovi tabù lessicali e di una sempre più soffocante politically correctness è indispensabile.

 

In attesa di un ritorno di libertà.

 

 

 

IMMAGINE

Ushio Shinohara, Doll Festival 1966. Hyogo Prefectural Museum of Art (Yamamura Collection) © Ushio and Noriko Shinohara. Fonte foto TATE Museum.

ANDREA DEL PONTE
Sono professore di latino e greco nei licei e presidente nazionale del Centrum Latinitatis Europae. Collaboro con articoli e ricerche scientifiche con la Pontificia Università Salesiana, con la rivista “Zetesis” di Moreno Morani, e con la rivista di studi antichi “Grammata”. Sono autore di testi scolastici, traduttore per il teatro dal greco e dal latino, coopero da tempo con Sergio Maifredi e Tullio Solenghi per la realizzazione di testi classici. Ho tradotto per l’INDA di Siracusa i “Sette contro Tebe” al Festival giovani. Come saggista, ho appena pubblicato il volume “Per le nostre radici – Carta d’identità del latino”, con la prefazione di Salvatore Settis.
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