Non credere al tuo tempo. Quando la CIA creò la Pop Art

Difficilmente un uomo può capire il proprio tempo, l’epoca in cui vive.

Le persone tendono alla felicità, inseguono una linea temporale che coincide con il proprio tempo personale, perdono la visione d’insieme.

Su questa caratteristica naturale, si innestano i processi di creazione della realtà.

Ecco così che, antichisti che hanno studiato una vita i processi di creazione di identità e di costruzione della realtà da parte del potere nel mondo greco-romano, smettono di applicare quel metodo, quando si tratta del proprio mondo.

Antropologi che plaudono alle pratiche di immigrazione via mare – pagante, controllata a livello internazionale, gestita da flussi di denaro che portano ai massimi soggetti dell’industria e dell’economia -, come fenomeni “umanitari”. Eppure sono molti i movimenti panafricanisti in rivolta contro alcune Ong, considerate dalle classi intellettuali africane, cavalli di Troia.

Filosofi che si fanno portavoce di istanze culturali che poi, a ben vedere, le culture le spazzano via. Salvo poi lamentarsi dei “nuovi barbari”.

 

Ogni tentativo di leggere il presente come passato, diventa oggetto di scherno, bollato con lo sfottò del complottismo. Eppure, il metodo della critica tradisce la realtà. 

 

Bisogna ampliare lo sguardo e non credere al proprio tempo, osservare i fenomeni su larga scala e su lunga durata.

Nessun soggetto mai, nella storia dell’umanità, è stato in grado di attirare dentro una specifica visione del mondo le grandi masse. Vantaggio della tecnologia.

 

Come quando la CIA finanziò, fomentò e contribuì a diffondere in tutto il mondo, le nuove correnti dell’arte contemporanea.

 

La Pop Art doveva infrangere i limiti della realtà. Opporsi al concretismo dell’arte russa. Nutrire i sensi, creare un polo attrattivo che si opponesse agli stili di vita del passato.

“Libertà” che si oppone a sacrificio. Il “godimento” che si oppone a cultura del dovere. La plastica che si oppone alla ceramica.  Dopo la civiltà della colpa e la civiltà della vergogna, ecco la civiltà dei consumi.

 

Questo non vuol dire, naturalmente, che i singoli artisti ne fossero consapevoli o che non vi fossero autentici artisti all’interno di quelle correnti. Queste correnti della nuova arte servivano però ad abbattere paradigmi cognitivi e sistemi di credenze, a tutto vantaggio di un dato e specifico stile di vita utile a un preciso modello economico.

 

Nel 1999 la giornalista e storica Frances Stonor Saunders pubblicò La Guerra Fredda Culturale.

Passato il tempo, usciti cioè dalla linea temporale della contemporaneità e a documenti desecretati, fu chiaro che la CIA aveva distribuito uomini nei consigli di amministrazione dei musei, aveva creato Fondazioni al fine di esportare all’estero artisti, musicisti e cineasti, aveva immesso flussi di denaro nel mercato dell’arte.

Nelson Rockefeller definiva allora l’arte contemporanea americana, “la pittura della libertà di impresa”.

 

Ma chi lo diceva allora, per chi viveva incollato e circoscritto alla propria linea temporale, era solo un complottista.

 

 

 

IMMAGINI

Evelyne Axell, Ice Cream, fonte foto.

 

RASSEGNA STAMPA

Achille Bonito Oliva, Repubblica 29 maggio 2000, Quando la CIA favoriva la Pop Ar

Alastair Sooke, BBC 4 October 2016, Was modern art a weapon of the CIA?

 

 

VITA NOVA
Pensosa dell'andar. Arte, libri e osservazioni sparse.
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