Al robot i processi, all’uomo le decisioni

 

Si dice che il tempo sia galantuomo. Penso di sì.

Perché il dibattito sulle magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale e sulla superiorità del digitale verso l’analogico, ultimamente sta tornando sul giusto binario, proprio grazie ad alcune delle massime autorità esperte di queste materie.

Oltre la realtà. Controllo e immaginazione

Parlo di Marc Mézard (professore di fisica e direttore dell’École Normale Supérieure di Parigi), di Stefania Bandini (professore ordinario di informatica e già direttore del Centro di Ricerca Sistemi Complessi e Intelligenza Artificiale dell’Università di Milano-Bicocca, nonché fellow RCAST all’università di Tokyo), di Luciano Floridi (professore ordinario di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford), e di Antonio Antonio Casilli, docente alla Télécom Paris Tech di Parigi, e autore di “En attendant le robots (Seuil).

Giusto per citare quelli che recentemente hanno ritenuto di dover fare un po’ di chiarezza su questi temi.

I loro interventi rendono persino ridicoli gli entusiasmi di quanti sono soliti buttarsi a pesce su tutto ciò che è futuribile, più che altro per cercare di èpater les bourgeois, che spesso e volentieri ci cascano.

Intelligenza artificiale tra utopia e distopia

Come capita anche ad alcuni giornalisti, sempre alla caccia di qualche curiosità da raccontare, visto che analizzare il presente può apparire noioso e privo di novità. Così avviene anche nel mondo della pubblicità, in cui tanto consolidate società di consulenza che rampanti digital strategist vedono negli algoritmi il sol dell’avvenire.

Anche nel mondo della formazione si parla sempre più a sproposito di nuove tecnologie per l’apprendimento, di deep learning, di computer quantistici e di altri misteriosi oggetti di cui si conosce a malapena il nome, che però è assai cool citare.

Cosa ha detto Marc Mézard? “I nuovi algoritmi, per quanto siano performanti in se stessi, sono molto lontani da avere comportamenti veramente intelligenti. Riescono a rispondere a funzioni ben precise, ma caratterizzate da risposte semplici all’interno di un quadro definito. Però non riescono ancora a costruire una rappresentazione del mondo o a formulare ragionamenti creativi. Questo è un fatto decisivo”.

Stefania Bandini è convinta che l’I.A. ci possa far fare enormi progressi in moltissimi campi, ma se è intesa come supporto alle attività umane. “Il fatto di saper fare calcoli a velocità inimmaginabili non consente comunque di formulare un pensiero astratto, né tantomeno di intuire, immaginare e creare, o di avere una coscienza di sé”.

Il prof. Casilli mette senza mezzi termini il dito nella piaga di una vulgata diffusa o per ignoranza o per interesse. “Esiste un sistema economico, politico, culturale, che crea credulità rispetto all’intelligenza artificiale. La realtà è che l’intelligenza artificiale è fatta da miliardi di persone che a volte sono micro-pagate e a volte non sono pagate per nulla”. Analisi che ci porta sul terreno della responsabilità (o irresponsabilità) sociale delle imprese che sfruttano le più avanzate applicazioni per farci su del business riscoprendo antichi metodi di sfruttamento dei lavoratori.

Dal canto suo, il prof. Floridi individua con chiarezza i limiti entro i quali si deve muovere la ricerca in questo settore, grazie ad un esempio tanto semplice quanto fulminante: “Possiamo delegare il processo di lavare i piatti alla lavastoviglie, ma se e quando farlo, e che cosa metterci dentro è una decisione che rimane in capo a noi. Per quanto banale, questa logica è alla base di tutte le decisioni e i processi delegati alla tecnologia: quello che c’è dietro (perché, quando, cosa vale la pena…) resta, deve restare, in capo a noi; il come (con quale efficacia, con quale efficienza…) è l’oggetto della delega. E’ quindi importante distinguere tra delega di processi e delega di decisioni.

 

 

A pensarci bene la lavatrice è a tutti gli effetti un robot che esegue alla perfezione una serie di processi, che innesca a seconda del programma impostato: caricare acqua fino a che il serbatoio si riempie, smettere di scaldarla quando la temperatura richiesta è raggiunta, passare al ciclo di lavaggio successivo, eccetera. Ma è l’essere umano che decide cosa metterci dentro e quando farla partire. Quindi al robot spetta il governo di uno o più processi, all’uomo la decisione di quali processi affidargli.

Pensare – come sostengono alcuni filosofi a caccia di bourgeois da èpater – che i robot possano arrivare ben presto ad avere una coscienza solo perché riescono a fare calcoli sempre più veloci, o perché potrebbero essere in grado di “ragionare secondo logiche nuove e diverse”, è semplicemente aberrante.

E per capire dove simili aspirazioni ci possono portare, basta guardare qualsiasi puntata di Black Mirror.

 

 

 

IMMAGINE

HAL 9000, 2001 Odissea nello Spazio, Stanley Kubrick 1968

Black Mirror, 15 Milioni di celebrità, ep.2 della prima stagione. In una umanità imprigionata dalla tecnologia e fortemente gerarchica, i meno prestanti sono relegati a inservienti, la massa lavora per alimentare le macchine e tutti sono imprigionati in uno spazio claustrofobico e tecnologico, con la speranza di vincere un biglietto per la celebrità.

 

 

 

 

ALBERTO CONTRI
Da cinquant’anni in comunicazione, sono stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Sono stato consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Presiedo dal 1999 a titolo gratuito la Fondazione Pubblicità Progresso, che ho trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Insegno Comunicazione Sociale presso la IULM di Milano. Libri: A. Contri, “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale.” (Bollati Boringhieri - 2017) A. Contri, “Comunicazione sociale e media digitali” (Carocci -2018).
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