Il dolore dei vinti. Le Foibe e l’esodo degli Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
O materna mia terra; a noi prescrisse
Il fato illacrimata sepoltura.
(A Zacinto, Ugo Foscolo, Sonetti, 1803)

 

La storia dell’esodo giuliano-dalmata è fortemente drammatica.

Centinaia e migliaia di persone, di Italiani, furono sottoposti ad una violenza cieca e brutale. Non solo la guerra, gli infoibamenti a guerra finita per dimostrare l’inesistenza dell’italianità in quei territori, ma anche l’esodo.

Il dolore di questo distacco dalla propria terra è cosa che pochi conoscono.

La lacerazione profonda presente in uno sguardo che mai più rivedrà la propria casa, la propria terra, esprime un immenso senso d’angoscia che è il crudo sentire dell’esule. Egli non avrà mai più il suo paesaggio da guardare, da amare, da respirare e rimarrà per sempre con il respiro tagliato, sospeso, in una specie di limbo che lo circonderà per tutta la vita, come il dolore di una ferita, dello strappo di un proprio organo vitale.

Quel paesaggio che, secondo l‘articolo 1 della Convenzione di Ginevradesigna una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni” e che secondo la stessa Convenzione “rappresenta in sé un valore complesso che comprende il bisogno dei cittadini di stabilire una relazione sensibile con il territorio, di godere dei benefici basati su questa relazione e di partecipare alla determinazione delle sue caratteristiche qualitative“, era il proprio punto di riferimento: quel mare, quel cielo, quei colori, quegli alberi, quei fiori, quelle montagne, quelle valli non scalderanno più il suo cuore, irrimediabilmente costretto dentro una gelida morsa di dolore.

Dolore provocato dalla consapevolezza che quell’orizzonte familiare, con la sua linearità delle vette immerse nella luce e con la confusione delle coste delle montagne coperte dall’ombra, è intriso di sangue. Quando lo sguardo, infatti, scende e si posa lungo i fianchi delle montagne, nella mente rimbalzano le immagini contrastanti di un paesaggio straordinariamente bello e indomito e quelle delle profonde gole che vi si nascondono e che celano quel che resta dell’umana italianità: le foibe.

In queste nere ferite nel ventre delle montagne, sono state inghiottite migliaia di italiani, uomini e donne, che giacciono sepolti in un ammasso informe, disordinato e scomposto, che non rende grazia alla loro dignità di esseri umani, confusi ormai con le carcasse di animali e con la linfa delle rocce.

L’esodo è stato la risposta alla confusione tra il desiderio radicale di rimanere e la pressante necessità dell’andarsene, via, lontano, dal dramma dei luoghi cari, nell’espressione di un sacrificio totale e totalizzante in nome della libertà.

Con l’esodo il senso di orientamento e di appartenenza lascia lo spazio ad un disorientamento e ad un vuoto profondo, inguaribile, che diventa la compagnia di tutta la vita.

Nelle poesie di Nider, come “A Rovigno” e “Albona“, emergono ritratti felici di un tempo che non c’è più. Nel testo “Non dimenticheremo“, il poeta rovignese chiede alla Luna, pellegrina intorno Terra, di accarezzare da parte sua la vecchia casetta, la chiesa, il campanile e di baciare una per una le lapidi e le croci del vecchio cimitero, sussurrando ai Morti che non saranno mai dimenticati. La Luna, nel suo eterno viaggiare, è l’unica a poter avere questa possibilità. L’esule mai più rivedrà la sua terra. Mai più renderà omaggio ai suoi morti. Come Gustav Herling, il pellegrino della libertà, l’esule inspira la sua forza dalla roccia carsica da cui ha preso forma e che gli ha dato vita, il suo movimento è nello sguardo rivolto oltre la linea dell’orizzonte.

Gli esuli, anch’essi pellegrini della libertà, dimostrano ancora oggi la difficoltà ed il coraggio di quella dolorosissima scelta: lo sradicamento enracinement, definizione calzante di Simone Weil – dalla propria terra, che significa annientamento, distruzione. Ma, anche, ricostruzione della propria identità.

Infatti, se in alcuni quadri di Amedeo Colella gli esuli sono rappresentati senza volto, persone senza identità, sottomesse, piegate ad una violenza senza senso, il loro sguardo è sempre rivolto verso l’alto, verso la ricerca dell’Infinito che restituisce la speranza. Di fronte alla loro tratteggiata nudità -simbolica della volontà di annientamento che stavano subendo-, appaiono i colori della loro terra: il rosso -la terra- ed il blu -il cielo ed il mare- dell’Istria. Ecco l’esule pellegrino: trova la sua libertà nell’esilio e nella possibilità di professare la sua fede e la sua identità, esprimendo la volontà di solcare la terra per innestare le proprie radici, quelle radici del vento, disegnate dallo scrittore istriano Piero Tarticchio, che rischiavano di andare disperse per sempre.

Come disse il dalmata Zaratino Ottavio Missoni in un’intervista televisiva, gli esuli sono profughi in eterno, non sono come i migranti che hanno una casa in cui tornare, una terra da riabbracciare al loro ritorno, perché essi non potranno mai tornare nella loro terra. Anche se potranno rimettere piede -come molti hanno fatto nella dolorosa veste di turisti- sul suolo natale, quello non sarà più lo stesso. Le loro Pola, Fiume, Zara -per fare i nomi solo delle tre province cedute- non esistono più. Nemmeno sulle carte geografiche. Esistono solo nei ricordi.

Almeno quelli nessuno potrà cancellarli, mai.

 

 

 

IMMAGINE

Hammer and Sickle, Andy Warhol. Christie’s

ROBERTA FIDANZIA
Studio, leggo, scrivo.
Articolo creato 9

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