Una madre, non una donna: quando la realtà supera lo stereotipo

«Non è una donna, è una madre!

E il suo dramma – (potente, signore, potente!) – consiste tutto, difatti, in questi quattro figli»: è in questi termini che Pirandello delinea il profilo di una donna in Sei personaggi in cerca dʼautore.

Il drammaturgo siciliano continua la sua narrazione spiegando che «Cʼè un personaggio, quello della Madre, cui invece non importa affatto aver vita, considerato lʼaver vita come fine a sé stesso. Non ha il minimo dubbio, lei, di non esser già viva; né le è mai passato per la mente di domandarsi come e perché, in che modo, lo sia. Non ha, insomma, coscienza dʼessere personaggio: in quanto non è mai, neanche per un momento, distaccata dalla sua parte».

Il personaggio femminile in questione fonda la sua identità a partire dal suo essere madre: la maternità diventa in questo modo lʼelemento determinante e identificativo, cioè lʼunica cosa che può rendere una donna riconoscibile.

Certamente non si tratta di unʼidea nuova: prima di Pirandello molti altri avevano formulato pensieri simili.

 

Sappiamo infatti che nellʼantica Grecia lʼessere donna andava a coincidere con colei che rendeva possibile il perpetuarsi della specie: generando figli maschi, una madre garantiva alla comunità sopravvivenza, conoscenza e civiltà.

Non a caso nel Corpus Hippocraticum, tutti i mali delle donne venivano ricollegati alla gravidanza ed erano messi in relazione con la sfera genitale.

Per questo lo stato di salute di una donna andava a coincidere con il momento della generazione: solo lʼessere gravida era indice di completa salute. Di conseguenza, la sterilità era ritenuta la più grave delle malattie per una donna ed era considerata causa di isteria.

Anche Galeno sconsigliava lʼastinenza sessuale: nel suo Glossario suggeriva lʼunione tra uomini e donne per curare una particolare forma di epilessia che colpiva (guarda caso!) solo le vergini.

 

Anche il mito può aiutarci a comprendere questo modo di pensare: si tratta del caso delle Danaidi.

Omicide e ostili alle nozze, vengono condannate a trasportare acqua con un secchio sfondato: sono cioè obbligate a recarsi ad una fontana, a riempire dʼacqua il recipiente che hanno con sé e, al momento di travasarne il contenuto, devono constatare che è vuoto.

Probabilmente nella simbologia del racconto mitico questa idroforia perpetua è una punizione corrispondente alla colpa da loro commessa. Le Danaidi infatti, uccidendo i loro mariti, sono diventate donne che non hanno raggiunto il loro fine, cioè il matrimonio e la procreazione. Per questo motivo anche lʼazione che compiono in maniera così iterata e compulsiva è unʼazione che non trova compimento: quel secchio non si riempie mai, così come il loro utero non ha mai accettato lʼidea di accogliere il seme del marito.

 

Il pensiero degli antichi è riuscito a farsi strada nel corso dei secoli fino a riuscire a permearsi nella nostra cultura: senza alcun dubbio la donna-madre, cioè la donna cui viene chiesto di risolvere il senso della sua esistenza intorno alla generazione e di vivere in un ambiente chiuso e privato come le mura domestiche, va a costituire uno degli stereotipi appartenenti alla nostra società.

Relegando lʼidentità femminile in una dimensione esclusivamente generativa, come se si trattasse soltanto di un corpo e quindi di una cosa, questo stereotipo ha portato al consolidamento dellʼantica subalternità presente fra uomo e donna, disparità di cui ancora oggi vediamo delle tracce. Pensiamo al retaggio culturale che ha portato alla misoginia occidentale e più in generale alla violenza di genere.

 

Se da una parte gli stereotipi hanno favorito e mantenuto saldo nel tempo lo statuto di madre-non donna, dallʼaltra oggi assistiamo ad un vero e proprio fanatismo da parte di donne che sostengono di potersi definire tali solo in quanto madri.

Tutti i giorni nel web capita di imbattersi in testimonianze di donne che hanno bisogno di ostentare la creatura che hanno messo al mondo: perché solo se tutti sanno (che sono madri) allora è vero (che sono donne).

Ma queste madri non si limitano solo a privare della riservatezza un evento intimo e privato come la nascita: spesso amano inveire contro le donne non madri, contro quelle «che non possono capire perché non hanno compiuto il loro scopo nella vita».

E non è tutto.

Quante volte abbiamo letto le parole di quelle donne che confondono la maternità con il sovrannaturale, di quelle che credono più ai cristalli e ai sogni che allʼecografia per conoscere in anticipo il sesso del nascituro, più alla candeggina e alla Ferrarelle, olio e curcuma che al test di gravidanza? Per non parlare delle donne che allattano ad oltranza, che arrivano persino a sostenere che il latte possa sostituire i vaccini (come se fosse la panacea di tutti i mali!)* e che definiscono «non madri» coloro che non fanno altrettanto. E si potrebbe andare avanti allʼinfinito.

 

Ma davvero siamo arrivati a questo? Come siamo riusciti a superare, anzi, a peggiorare lo stereotipo della madre-non donna? In che modo la realtà è arrivata a dare una simile idea di maternità?

 

Forse la risposta a queste domande sta tutta nella perdita del significato intrinseco dellʼessere madre e nellʼaver offuscato la potenza cosmica della nascita: alcune madri hanno scordato che è solo attraverso la vita che lʼetereo può farsi uomo; altre hanno dimenticato che la maternità è un percorso nel quale si impara a sognare, immaginare, abbandonare, fare spazio, arrivando a banalizzare un dono che andrebbe custodito gelosamente in uno scrigno e che perde di valore ogni volta che viene messo sotto ogni sorta di riflettore.

 

«La maternità è unʼopportunità, non un destino», ha scritto Silvia Vegetti Finzi.

Le donne possono scegliere di essere madri o di non esserlo, senza rischiare di minare la loro identità. Lʼessere donna è un fatto di integrità del sé che prescinde lʼessere madre: perché si passa sempre dal raggiungimento della consapevolezza dellʼio per arrivare allʼaffermazione di ciò che ci rende noi stessi.

 

 

 

IMMAGINE

Untitled from Marilyn Monroe, Andy Warhol, 1967. MoMA Di stereotipo in stereotipo. La pop art partecipa, con il cinema e il marketing pubblicitario – da cui origina –  al processo di formazione di un nuovo modello di femminilità, ipersessualizzato, funzionale al capitalismo e a un sistema di creazione di desideri e bisogni artificiali.

 

NOTE

* Giulia PedrucciDalle donne di Ippocrate alle “pancine” del Signor Distruggere: viaggio diacronico nelle credenze femminili, in Donne di ieri e di oggi. Antropologia, Storia e Archeologia della Maternità, Forma Urbis, 2018, pp. 36-44.

 

STEFANIA SANTONI
Un cuore antico per una nuova scrittura del sé.
Articolo creato 9

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