I capelli sporchi di Romolo e Remo. Il razzismo del progressismo

Partire dall’analisi di un film, per raccontare il primitivismo.

Lo fa Maurizio Blodet, in un articolo in cui analizza Il Primo Re. film che narra le gesta dei Latini al momento della fondazione di Roma, con la regia di Matteo Rovere. Per gentile concessione di Blondet, in calce alcuni passaggi salienti della sua osservazione. L’articolo può essere letto integralmente sulla pagina personale dell’autore.

I capelli sporchi di Romolo e Remo

Ma perché è così interessante?

Perché nel primitivismo siamo ancora totalmente immersi.

 

Il razzismo del progressismo

Oggi non solo le culture che vivessero al di fuori dei modelli produttivi capitalistici e industriali, sarebbero considerate selvagge, sottosviluppate, bambini da istruire. Oggi è primitivo, sottosviluppato, inevoluto tutto ciò che contrasta uno specifico modello economico. Tutto ciò che non sia tecnologia. Tutto ciò che non sposi la visione di identità e sessualità liquida. La spiritualità, il rito, la religione.

Oggi le classi sciali basse sono considerate sottosviluppate.

I lavoratori, le casalinghe, i pensionati, i poveri sono entrati nella sfera del bambino, di colui che forse non è neanche in grado di votare – così Augias, su tv pubblica -.

Sottosviluppato –  cioè subalterno – è anche colui che la classe sociale alta non ha approvato, testandolo per tappe in base all’adeguatezza ad accettare valori e a replicarli. I non-competenti.

Sottosviluppati: agricoltura, allevamento, famiglia tradizionale, riti popolari.

Sottosviluppato il popolo.

La natura è inevoluzione. Una cosa da superare.

Una comunicazione positiva, ma sempre da subalterni, per i neri della contemporanea tratta africana.

Incapaci di gestirsi. Sempre bisognosi. Corpi e immagini dati in pasto ai media. Devono essere aiutati, sono sempre poverini. Qui, però, all’immagine del bambino – che accomuna culture diverse, provenienze diverse e appiattisce etnie, credenze, religioni e abitudini di un intero continente – si associa il racconto buono.

Una narrazione che rimanda a universali principi di umanità.

Applicati per questi, e negati per quelli.

 

Il mito del buon selvaggio e il mito del cattivo selvaggio

Tutto questo altro non è che la permanenza del primitivismo. 

La doppia faccia del mito del buon selvaggio e del mito del cattivo selvaggio.

Le classi subalterne, sono rientrate nel mito del cattivo selvaggio. Le classi povere africane, importante per motivi legati al mercato, sono rientrate nel mito del buon selvaggio.

Con la rivoluzione industriale al tempo puntuale e al tempo ciclico del mondo antico, si sostituì il tempo lineare. L’umanità che segue una linea: dal meno evoluto, al più evoluto, dal sottosviluppo allo sviluppo, dall’arcaico al contemporaneo.

Ciò che è arcaico è meno evoluto, infantile, la semplicità è male. La complessità, un valore di per sé.

La Storia si trasforma nel corpo di un individuo che da bambino diventa adulto.

Tutto il vantaggio e l’evoluzione, il bene e il fine stesso della persona e delle civiltà, è il progresso. Andare avanti, qualunque cosa significhi, il nuovo è sempre auspicabile, innnovationdisruption.

Con il Colonialismo e l’impegno delle maggiori potenze europee nella conquista, Chiesa compresa, si sviluppò la visione bipartita dei popoli non-europei, quelli non incanalabili nell’idea di civiltà – stanziaria, urbana, complessa, con la scrittura e una propria tecnologia -.

Questi popoli furono quindi visti ora come rappresentazione del caos, della violenza, della non-civiltà – il mito del cattivo selvaggio -, ora come bambini inconsapevoli, da guidare, convertire e soccorrere – il mito del buon selvaggio -, in virtù di una loro inferiorità nell’autodeterminazione e per la vicinanza con la natura.

 

Quella cosa che le civiltà “evolute” aspiravano a superare.

 

 

 

 

 

I capelli sporchi di Romolo e Remo.

Ne I capelli sporchi di Romolo e Remo, Maurizio Blondet parla di come il regista abbia rappresentato le popolazioni laziali:

 

<<Non andrò a vedere il  Primo Re. E’ piaciuto a molti miei conoscenti. Ma ci sono due cose che fin dal manifesto mi danno francamente sui nervi, e sento grossolani  insopportabili equivoci sulla prisca romanità. La prima cosa: i capelli  del protagonisti. Sporchi e spettinati. Come mai è venuta in mente l’idea che  Romolo, Remo e compagni andassero in giro con le chiome sporche, non mi capacito. Cosa vuole significare?>>.

 

I capelli diventano allora simbolo della cultura e del grado di sviluppo di una popolazione in un dato momento storico.

 

<<Primitivismo, in qualche modo sommario? In un film con pretese colte al punto da far parlare  gli attori in paleo-latino, è  un  fraintendimento insieme  etnologico  e antropologico,  smentito da tutto quel che si sa delle popolazioni preistoriche, dalle statuette delle veneri che mostrano acconciature a treccioline accuratamente elaborate, fino alle realtà protostoriche: perché i primi  romani dovessero trascurarsi più dei babilonesi, che almeno 500 anni prima mostrano file di guerrieri dalle barbe e capelli accuratamente arricciati >>.

 

Lo svilimento delle culture arcaiche e delle culture definite etniche versus la dignità dei loro tratti caratteristici:

 

<<Non occorre guardare all’antichità. Una banda di giovani guerrieri Maasai basta ad istruirvi quanta importanza, cura – ed ore  per sistemarla – essi  danno all’acconciatura. I nativi americani sono un altro esempio.  Dalle trecce, alla rasatura a cresta agli ornamenti di piume fastosi  di gala, è tutta una galleria che testimonia l’importanza  della chioma fra i supposti “selvaggi”Mai e poi mai un guerriero si sarebbe presentato con la testa incolta che nel film vengono attribuiti ai romani>>.

 

La visione liberista della storia non accetta la ritualità delle culture, le incanala nel puro materialismo e in riti propri, di natura consumistica. Mentre per Blondet non solo l’uomo antico – Greci, Romani, le civiltà del Vicino Oriente Antico – ma anche l’uomo preistorico è un uomo metafisico:

 

<<Per i giovani Maasai il pavoneggiarsi è parte dell’essere guerrieri che hanno superato le prove iniziatiche, fra loro, scanzonati, appoggiati alla lancia con la rossa veste sommaria: gli sceneggiatori e il regista avrebbero potuto ispirarsi a questi nilotici, alle loro movenze e atteggiamenti […].

L’altra cosa che dà sui nervi è la postura […]. 

Ora, bisogna vedere  nelle grotte di Altamira o di Lascaux  come stavano  ritti gli esser umani […] Quando i bianchi nei primi contatti coi pellerossa sottolineavano l’estrema dignità  del portamento, la maestà dell’espressione e  la nobiltà dell’eloquio dei “selvaggi”, non sapevano  ancora di avere a che fare con iniziati, in cui la coscienza di avere guadagnato uno status ontologico superiore alla “natura” conferiva propria questa nobiltà che irraggiava, per  così dire, dal carattere, dall’interno all’esterno.

Del resto non esisté nessuna cultura e popolazione antica  che non avesse riti  d’iniziazione.  Come non si ricorda mai abbastanza, l’uomo “primitivo “ era in realtà un metafisico: non viveva assillato dalla fame e dai bisogni materiali come piace credere a noi  ridotti alla secolarizzazione terminale e a “vivere di solo pane”, ma in un mondo dove le azioni “pratiche”  erano, essenzialmente, atti liturgici>>.

 

 

 

IMMAGINE

Pioggia di rose al Pntheon, fonte foto.

 

VITA NOVA
Pensosa dell'andar. Arte, libri e osservazioni sparse.
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