Siamo sicuri che la sessualità debba spiccare sull’agenda di un vero comunista?

« Mi sembra che questa abbondanza di teorie ses­suali, che non sono in gran parte che ipotesi arbitrarie, provenga da necessità tutte personali, cioè dal bisogno di giustificare agli occhi della morale borghese la propria vita anormale o i propri istinti sessuali eccessivi e di farli tollerare.”

Chi dice così non è un politico conservatore e nemmeno un qualsiasi podestà fascista nella provincia italiana degli anni ’30, ma nientemeno che un rivoluzionario epocale come Vladimir Ilyich Ulyanov, meglio noto come Lenin.

 

Ce le ricorda in un illuminante scritto del 1925, Clara Zetkin, che era andata a trovarlo nel suo ufficio al Cremlino nell’autunno del 1920 per aggiornarlo sulla propaganda comunista in Germania (la Rosa a cui si riferisce è quasi sicuramente Rosa Luxembourg).

Lenin appare molto turbato nell’apprendere che nelle riunioni tra le compagne comuniste in Germania si parli così tanto di questioni sessuali.

 

Continua così infatti: “Questo rispetto velato per la morale borghese mi ripugna quanto questa passione per le questioni sessuali. Ha un bel rivestirsi di forme sovversive e rivoluzionarie: questa occupazione è non di meno, alla fine dei conti, puramente borghese. Ad essa si dedicano di preferenza gli intellettuali e gli altri stati della società vicini a loro. Per questo genere di occupazione non c’è posto nel par­tito, tra il proletariato che lotta ed ha una coscienza di classe”.

E ancora: « Mi hanno detto che i problemi sessuali sono anche un argomento favorito delle vostre organizzazioni giova­nili. Non mancano mai relatori su questo argomento. Ciò è particolarmente scandaloso, particolarmente delete­rio per il movimento dei giovani. Questi argomenti possono facilmente contribuire ad eccitare, a stimolare la vita sessuale di certi individui, a distruggere la salute e la forza della giovinezza. Voi dovete lottare anche contro questa tendenza. Il movimento delle donne e quello dei giovani hanno molti punti di contatto. Le nostre donne comuniste devono fare dovunque, insieme coi giovani, un lavoro sistematico. Ciò avrà per effetto di elevarle, di trasportarle dal mondo della maternità individuale in quello della maternità sociale. È necessario contribuire ad ogni risveglio della vita sociale e dell’attività della donna, per consentirle di elevarsi al di sopra della men­talità ristretta, piccolo-borghese, individualista della sua vita domestica e familiare.”

Qui Lenin parla di maternità, solo con il senso di far emergere il concetto di una maternità sociale su quella individuale, vista come una limitazione tipica della società borghese.

Curiosamente, questo concetto è compatibilissimo anche con il concetto cattolico della maternità, solo che la Chiesa va oltre, innalzandone la dimensione da un livello sociale a un livello addirittura divino (cosa che non fanno per esempio l’ebraismo e l’islamismo quando non riconoscono Maria come madre di Dio).

Madre, maternità, famiglia, prole, lavoro: sono parole frequentissime in questo curiosissimo siparietto tra una femminista all’avanguardia in quell’epoca e il fondatore del comunismo sovietico.

A Lenin dava fastidio che i temi sessuali fossero promossi in primo piano nella propaganda comunista. Non faceva bene né, al partito né alla lotta di classe. Anzi li vedeva più che altro come crucci di intellettuali borghesi, comunque destinati a sopperire davanti alla marcia trionfale del proletariato.

Proletariato, che significa un insieme di proli, quindi di tanti figli, quindi di tanti sforzi e sacrifici prima di tutto per farli, poi per farli crescere ed educarli alla vita sociale. Quindi qualcosa di basato inevitabilmente sui pilastri della famiglia, sia pure rivista ed elaborata in modo più aperto alla nuova società che s’intendeva costruire, meno individualista, insomma.

Credo che quel che stia accadendo oggi sia un po’ l’epilogo ironico della narrazione femminista, una narrazione iniziata con l’intento di emancipare la donna nella vita sociale, e portarla fuori dai muri angusti di quella domestica, per lanciarla con dignità pari a quella dei maschi nella vita sociale. Una narrazione che sta finendo con lo svelare che in realtà, alla fine, si è scelto proprio il modello individualista di sessualità e maternità, propenso a esaudire vizi e appetiti di natura “borghese”.

 

Il modello capitalista dell’emancipazione della donna, diametralmente opposto a quello comunista.

Che i nostri “compagni” abbiano perso qualcosa per strada?

 

 

 

IMMAGINE

Gay Pride, Palermo 2018; fonte foto Flickr

GIOVANNI DALLA VALLE
Sono un medico-psichiatra naturalizzato scozzese, scrittore di romanzi e appassionato di filosofia dell’etica, antropologia sociale e politica globale. Nel 2014 ho fondato Venetian Ambassadors, associazione non-profit internazionale retta da imprenditori e intellettuali che si dedicano alla diffusione della cultura veneta nel Mondo. Ho esordito come scrittore nel con il romanzo di fantascienza B@bylon Apocalypse e sono autore di The Ruby Cross pubblicato negli USA. Sono membro della Society of Authors.
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