Falsificare i classici per controllare il presente?

Enea, Dante, Superman: che cos’hanno in comune?

Pare una domanda interdisciplinare di quelle che gli studenti impegnati nel Nuovo Esame di Stato potrebbero trovarsi dentro una busta all’inizio dei colloqui di giugno.

Invece è il triplo salto carpiato in cui si è esibita l’ONU finanziando la pubblicazione di un libro, “Anche Superman era un rifugiato” (ed. Piemme), in cui fra le altre cose si rivela quale sia il minimo comun denominatore fra i tre: sarebbero stati tutti profughi o migranti (sì, anche Superman in quanto caricato in tenera età dai genitori su un razzo per salvarlo dall’esplosione del suo pianeta, Krypton).

 

Si può pensare quel che si vuole del fenomeno dell’immigrazione, in bene o in male, ma quel che è certo è che la manipolazione dei classici antichi (Virgilio, in questo caso) a scopi di persuasione e di propaganda è un brutto elemento comune a tutte le dittature. L’ Eneide, in particolare, fu ampiamente utilizzata dal Fascismo come moneta falsa per legittimare le proprie scelte ideologiche, come la politica agraria, la religione come collante sociale, la missione imperiale dell’Italia, la sua superiorità sulle altre nazioni.

L’ombra di Anchise nei Campi Elisi non aveva forse proclamato davanti al figlio “Tu regere imperio populos, Romane, memento / parcere subiectis et debellare superbos”?

Che il poema virgiliano, in pieno secolo XXI, continui ad essere usato a scopi di persuasione ideologica – cioè che dobbiamo guardare con ammirazione e persino con gratitudine ai migranti – è quanto meno inquietante.

 

Non c’è blog illuminato e progressista in cui non campeggi come un mantra la citazione dal libro I, 538-540 dell’Eneide, che nelle intenzioni degli autori dovrebbe farci provare un profondo senso di vergogna: «In pochi, a nuoto, siamo arrivati qui sulle vostre spiagge. Ma che razza di uomini è questa? Quale patria è così barbara da permettere una simile usanza? Perfino l’ospitalità della sabbia, ci viene negata; ci muovono guerra e ci proibiscono di toccare la terraferma più vicina».

Sono parole pronunciate in realtà non da Enea, ma dal più anziano dei profughi troiani, Ilioneo, alla regina cartaginese Didone, poco dopo una tempesta che ha sbattuto le navi troiane sulle coste libiche, senza peraltro distruggerle.

Che tre versi sui circa diecimila dell’Eneide siano prelevati in percentuale omeopatica per dimostrare una tesi non deve rallegrare per la presunta buona salute della classicità, ma rattristare profondamente soprattutto per la scorrettezza antiscientifica degli imbonitori, che evidentemente confidano sull’ignoranza e sul debolissimo pensiero critico del pubblico cui si rivolgono: i ragazzi.

 

Enea non è un povero migrante, ma un principe troiano, figlio di Anchise e di Venere, che secondo la propaganda cesariana e augustea sarebbe stato il capostipite della gens Iulia. È un vir (un’eroe) e un profugus, cioè un esule costretto a fuggire da Troia espugnata dai Greci.

Non è un migrante, ma un colono per volontà del Fato, che affronta un lungo e periglioso viaggio per il Mediterraneo non perché spinto dalla povertà o dal bisogno di star meglio, ma perché deve portare a termine una missione, che è quella di fondare una nuova Troia nel Lazio gettando così le basi della futura potenza romana. Altrimenti avrebbe potuto benissimo fermarsi molto prima e in sicurezza, o in Epiro, dove incontra Andromaca, o in Sicilia.

Enea non è un “senza patria” o un migrante alla ricerca di un approdo qualsiasi. Parte con l’intento dichiarato di andare a stanziarsi con il suo popolo nella patria originaria, che è il Lazio. Infatti proprio da lì era partito il suo antenato Dardano per recarsi a fondare Troia. Enea, percorrendo a ritroso il percorso compiuto da Dardano, va a prendere possesso della terra dei suoi avi, l’Italia, il cui regno è destinato a Ascanio e ai discendenti. In sostanza, compie un viaggio di ritorno, non è uno straniero che sbarca in terre altrui.

Non è neanche vero che Enea si rechi in Italia da povero supplice: già Giove, nel libro I, rivelando il futuro a Venere, le predice che Enea bellum ingens geret, “combatterà un’enorme guerra”. Enea è piuttosto l’eroe venuto dal mare ben provvisto di armi e uomini e che sgomina gli aborigeni laziali, guidati dal rùtulo Turno, che si oppongono alle sue richieste.

Infine, Virgilio ha incentrato il suo capolavoro sul mito troiano per ragioni tutte legate al suo status di membro del Circolo di Mecenate e di poeta cortigiano: la propaganda della gens Iulia – e quindi di Augusto – pretendeva di avere origini troiane e divine attraverso la discendenza da Giove e da Venere, da Dardano, da Enea e da Iulo. È evidente che non avrebbe avuto senso, per un poeta romano protetto dal primo imperatore, celebrare l’introduzione nel Lazio di genti migranti, straniere: l’epopea dei Troiani è il racconto di un ritorno alla terra promessa.

 

Detto questo, ovvio che bisogna affrontare il difficile tema dell’immigrazione, caso per caso, con senso di umanità e con grande generosità: ma per favore non dimentichiamoci – come correttamente ha ricordato recentemente il latinista Maurizio Bettini nel suo “A che servono i Greci e i Romani?”, Einaudi 2017 – che “attualizzare i classici vuol dire falsificarli”.

 

 

 

IMMAGINE

Le rose di Eliogabalo, Lawrence Alma Tadema 1888, 213,4X131,8 cm. Collezione privata. Il mito della bellezza decadente, applicata all’Impero Romano. Il dipinto si ispira all’episodio narrato nella Historia Augusta, Vita di Eliogabalo, XXI 5. L’imperatore romano, descritto come corrotto e sfrenato amante del lusso, durante una cena avrebbe fatto cadere sui suoi convitati una tale quantità di petali di rose, che alcuni dei suoi ospiti sarebbero morti soffocati.

ANDREA DEL PONTE
Sono professore di latino e greco nei licei e presidente nazionale del Centrum Latinitatis Europae. Collaboro con articoli e ricerche scientifiche con la Pontificia Università Salesiana, con la rivista “Zetesis” di Moreno Morani, e con la rivista di studi antichi “Grammata”. Sono autore di testi scolastici, traduttore per il teatro dal greco e dal latino, coopero da tempo con Sergio Maifredi e Tullio Solenghi per la realizzazione di testi classici. Ho tradotto per l’INDA di Siracusa i “Sette contro Tebe” al Festival giovani. Come saggista, ho appena pubblicato il volume “Per le nostre radici – Carta d’identità del latino”, con la prefazione di Salvatore Settis.
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