Come tu mi vuoi. Se lʼidentità è in pasto al web

Dalle pagine del diario di unʼanoressica:

«Ogni giorno controllo automaticamente più volte il mio corpo. Solo se sento le ossa del mio scheletro, come ieri, sono tranquilla. Vi sono alcuni punti strategici dove riconosco qualsiasi variazione di peso e mi sbaglio di pochi etti. Una perdita di peso mi offre unʼautonomia, la sensazione di essere al riparo dallʼangoscia e quindi la possibilità di allentare la tensione che la paura di ingrassare mi procura: sono dimagrita, quindi sto andando nella direzione giusta!». (1)

Esaminare, testare, misurare il proprio corpo: sono queste le azioni che descrivono ciò che in psicologia viene chiamato processo di oggettivazione del corpo.

Oggettivare un corpo significa intenderlo in termini materici, pensarlo come una cosa. È per questo che in alcuni casi siamo indotti a credere che lʼesperienza del corpo sia simile allʼesperienza di un oggetto: analizzandolo come se stessimo facendo un vero e proprio test da laboratorio, siamo in grado di scoprire ciò che siamo.

 

In effetti il corpo è uno tra gli elementi fondamentali che concorrono a definire il sé: non è un caso che le prime forme di consapevolezza su se stessi partano dallʼesperire in maniera fisica e corporea, concreta e materiale.

Inoltre i modi dellʼincedere, i lineamenti del viso, la forma, la voce, la foggia del corpo concorrono notevolmente a spiegare il senso di identità personale: lʼaspetto di sé è quindi una sorta di luogo per lʼidentità. (2)

 

Se per un attimo volgiamo lo sguardo al passato e proviamo a prendere in considerazione il pensiero degli antichi, troviamo alcune analogie riguardo a questo modo di intendere lʼidentità. Gli studi di Bettini mettono ampiamente in luce la presenza di un linguaggio del corpo molto ricco nel mondo antico: perché?

Le caratteristiche fisiche ed estetiche di un individuo erano fondamentali per renderlo riconoscibile e per consentirne lʼidentificazione: era attraverso la capacità di essere riconosciuti (che i Romani chiamavano cognitio) che si generava una sorta di garanzia dellʼidentità della persona. Questo perché il concetto di identitas, cioè la qualità o capacità di rimanere sempre idem, sé stessi, nasce molto tardi, nella disquisizione sulla natura di Cristo e nel dibattito sulla trinità: Cristo è umano o divino? Dio è uno o trino?

Solo lʼidentitas è garantita. Non diversamente la parola notitia si riferisce alla notorietà, alla conoscenza da parte di altri. Notitia sta ad indicare che due persone che si conoscevano si riconoscono tutte le volte in cui si incontrano.

Capiamo quindi che cʼè identità nel momento in cui qualcuno, dallʼesterno può offrire alla persona garanzia del suo essere lui o del suo essere lei.

 

E oggi invece che cosa succede?

In che termini è stata ri-codificata lʼidentità corporea?

Sicuramente dalle pagine di diario in cui abbiamo letto il processo di oggettivazione siamo passati agli scatti messi in mostra nel web.

La rete ospita unʼinfinità di corpi che aspettano solo di essere analizzati, riconosciuti e identificati. Pensiamo alle immagini di quei corpi femminili considerati modelli da emulare, paradigmi da ricalcare: nella loro evanescenza, hanno la pretesa di rappresentare il canone della perfezione.

È così che a partire dallʼesaltazione dello stato di mancanza e di privazione va a definirsi lʼidentità (in)corporea femminile.

Si tratta senza dubbio di un motivo antico che ha origine a seguito del processo di inculturazione fra pensiero platonico e cristiano: è solo dopo essersi liberata della potenza inquietante del suo corpo, un fardello che appesantisce lʼanima e che tende solo al desiderio, che una donna può ambire alla salvezza e diventare nuovo modello etico di femminilità. Così, dal rifiuto della materia e della dimensione sensoriale, prende avvio lʼanoressia che nel suo significato etimologico sta proprio ad indicare la mancanza di desiderio (orexis), di appetitus.

Ne consegue che un paradigma di questo tipo va a soddisfare ciò che la società si aspetta da una donna. E forse è proprio da qui che matura il bisogno di popolare il web di immagini, di storie di (non)corpi che sembrano farsi portavoce della domanda “è così che tu mi vuoi?“.

 

Se la rappresentazione dellʼindividuo è data in pasto al web, che cosa succede?

Senza dubbio, il riconoscimento di ciò che siamo fonda le sue radici nella vicenda relazionale, ma la valutazione e la considerazione esterna non può diventare lʼunica garanzia per la sopravvivenza, la sola prova di identità. Lʼindividualità si costruisce a partire da un dialogo corresponsivo fra dentro e fuori, tra forma e materia: è un fatto di riconoscimento esteriore che va di pari passo con lʼapprodo alla consapevolezza interiore.

Perché lʼabilità di rimanere idem e quindi di conoscere la nostra identità, non può emergere solo dalla capacità di assumere il punto di vista altrui, come se fosse una guida del giudizio di noi stessi.

 

 

 

IMMAGINE

Lady Lilith, Dante Gabriel Rossetti

 

NOTE

(1) De Clercq F., Tutto il pane del mondo. Cronaca di una vita tra anoressia e bulimia, 1990, Firenze, Sansoni Editori.

(2) Faccio E., Le identità corporee: quando lʼimmagine di sé fa star male, 2007, Firenze-Milano, Giunti.

STEFANIA SANTONI
Un cuore antico per una nuova scrittura del sé.
Articolo creato 7

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