Il quartiere Giuliano-Dalmata di Roma. Storia di una comunità di esuli

Il tema di questo mese è la rinascita.

Il primo pensiero, quando ne ho ricevuto la comunicazione, è stato: ce l’ho! Il mio quartiere, quale esempio migliore per rappresentare e significare la rinascita?

Ed ecco da dove nasce questo pezzo: dal desiderio di raccontare la grandiosa storia di una piccola parte di popolo italiano che ha saputo trarre il meglio di sé dalla più terribile delle esperienze, quella della persecuzione etnica e dell’esodo.

 

Origine

Il quartiere giuliano-dalmata di Roma sorge nella zona sud della Capitale, nel territorio frapposto alla città militare Cecchignola e all’EUR, immerso nell’agro laurentino e a poca distanza dal mare. Ufficialmente nacque il 7 novembre 1948, ma i primi abitanti vi giunsero giù a fine 1946 e nel 1947, durante l’esodo dalle terre d’Istria, Fiume e Dalmazia.

Prima del quartiere giuliano-dalmata, in quel territorio era stato costruito, durante i primi anni ’30, il quartiere operaio destinato ad ospitare le maestranze che avrebbero costruito il quartiere E42, quello che avrebbe dovuto essere il protagonista indiscusso dell’Esposizione Universale di Roma del 1942 e che poi non si svolse a causa dello scoppio della II Guerra Mondiale.

 

 

I campi profughi

Così, quando la persecuzione dei partigiani comunisti di Tito contro gli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, prima del Trattato di Pace del ’47 e anche dopo fino al 1954, si fece insostenibile a causa della violenza e delle uccisioni di massa nelle foibe e nel mare, una parte degli italiani che scelsero l’esodo giunse a Roma, in questo territorio che divenne uno dei ben 109 campi profughi sparsi in tutto il territorio nazionale.

Inizialmente, nel ’47, vi giunsero dodici famiglie, subito raggiunte -già nel ’48- da altre numerose, fino alla cifra di 150 nuclei presenti nella zona.

 

 

Il quartiere si popola

Quello che era stato il villaggio operaio, edificato con criteri d’avanguardia per l’epoca -le unità immobiliari, padiglioni, costruite a forma di ferro di cavallo, avevano tutte servizi igienici privati, spazi esterni privati e comuni e il quartiere era dotato di rete fognaria-, e che per un breve periodo divenne la base per le truppe anglo-americane provenienti dal sud -breve periodo sufficiente a distruggere quasi del tutto alcuni edifici e a ridurre la chiesetta a magazzino-, divenne ben presto il Villaggio Giuliano, identificato con questo nome già sulla toponomastica del 1948.

Con le famiglie giunsero alcuni frati francescani della Provincia Patavina, a cui -dopo la prima cura affidata ai Padri Passionisti presenti nel vicino territorio delle Tre Fontane- fu affidata la cura spirituale degli esuli. Tra di essi si distinse per l’amore che nutrì i cuori dei giovani e dei bambini del villaggio, fra’ Giulio Rella, il cui ricordo è ancora vivo negli ormai ‘veci muli’ del Villaggio.

Gli esuli diedero vita alla prima scuola, attrezzata in uno dei padiglioni, intitolata inizialmente a Federico Di Donato, ma poco dopo dedicata alla memoria di un direttore di scuola istriano, Giuseppe Tosi, trucidato dalla furia titina. Promotore di questa intitolazione fu Lodovico Zeriav, primo maestro del Villaggio, di Fiume, che aveva avuto Tosi come Direttore didattico nella sua scuola a Volosca. Perdonate un breve ricordo personale: un giorno ero nella nuova scuola Tosi -che fu la mia scuola elementare- per parlare ai bambini del quartiere, nell’ambito di un progetto molto bello da me curato sulla conoscenza del territorio. Avviandomi verso l’uscita, vidi nell’atrio una signora anziana che si guardava intorno piangendo. Mi avvicinai e le chiesi cosa avesse, se si sentisse male. Lei mi rispose che era emozionata di vedere che esisteva ancora la scuola intitolata al ‘suo’ Direttore e che il ritratto che lo ricordava era appeso nell’atrio (lo avevo ripescato io stessa dal sottoscala della scuola e chiesto di affiggerlo dove meritava che fosse). Mi raccontò qualche aneddoto della sua vita da maestra e del ‘suo’ Direttore, di quanto fosse buono e gentile con tutti, bambini, bidelli e maestri. La signora non era di Roma, abitava al nord e rimanemmo in contatto per un po’, poi credo ci abbia lasciati per sempre. Si chiamava Fiora.

Tornando al Villaggio Giuliano, nel 1948 venne inaugurato anche l’asilo, per i piccoli, tra cui la mia mamma, che con le sue treccine vi andava allegramente anche da sola, perché il Villaggio era il posto più sicuro del mondo. Ecco, questo mi ha sempre colpita, anche quando ero ragazzina io: c’è stato un periodo, fino agli anni ’80, che al Villaggio si era figli di tutti, potevi sentirti a casa con tutti e seguito da tutti. Se sgarravi, erano tutti autorizzati a rimproverarti e pure a darti uno scapaccione. Questo ci dava tanta sicurezza ed anche serenità, cose che purtroppo con gli anni si sono perdute e i giovani di oggi, che frequentano le stesse vie e la stessa piazzetta, probabilmente non provano.

La chiesa fu inizialmente attrezzata nella chiesetta del villaggio operaio; fu ristrutturata e dedicata a San Marco Evangelista a cui fu aggiunto il toponimo ‘in Agro Laurentino’ per distinguerla dalla omonima chiesa sita in piazza Venezia al centro di Roma. Fu eretta parrocchia nel 1950, successivamente per un breve periodo la parrocchia fu trasferita in una chiesa più grande adiacente alla città militare, ma poi la sede parrocchiale tornò alla San Marco. Nel 1970 fu posta la prima pietra per la nuova chiesa, la cui edificazione terminò nel 1972. L’inaugurazione avvenne il 25 aprile dello stesso anno, giorno di San Marco, che Ë il patrono del quartiere. Ogni anno, significativamente il 25 aprile, il quartiere festeggia il suo patrono. Nel 1972 fu aggiunto un monumento a quelli già esistenti: la lupa capitolina -che la città di Roma aveva regalato negli anni ’30 alla città di Pola, edificata anch’essa su sette colli come la capitale, e portata via con l’esodo nel 1947-, dopo tanti anni di riposo all’interno di un magazzino a Trieste, venne collocata laddove sorgeva la vecchia chiesetta, ormai sostituita dalla nuova e più grande chiesa, edificata alla sua sinistra. La lupa di Pola, che prima salutava l’Arena della Pietas Julia, tornava nella sua Roma, al centro di quello che oggi è il giardino Lodovico Zeriav, diventando il terzo monumento presente al Villaggio.

Altri due monumenti, infatti, erano stati installati negli anni precedenti: il cippo carsico, sito sulla via Laurentina, in ricordo di tutte le vittime della guerra, sia della prima che della seconda guerra mondiale, e presso il quale ogni anno, fino a qualche anno fa, il 4 novembre si presentava l’alza bandiera; infine, il monumento ‘Esilio’ di Amedeo Colella del 1962, composto da una pietra di marmo recante i nomi delle cinque città martiri e un mosaico con personaggi e simboli della storia istriana, fiumana e dalmata.

 

Figure di spicco

Nel quartiere, ben presto, gli esuli diedero vita ad una comunità vivace e produttiva.

Avviarono attività commerciali e di servizi. Straordinarie sono le foto d’epoca che ritraggono ‘cose normali’ come il barbiere intento a radere la barba ad un avventore, la barista che versa un caffè, il primo giorno di scuola dei bambini e la foto di gruppo dell’ultimo giorno, le insegne dei negozi, il primo matrimonio celebrato al villaggio.

Scorrendo gli album gelosamente custoditi dai protagonisti sembra di leggere le avventure dei pionieri.

Ed in effetti lo furono. Costruirono una comunità che ha stretto intorno a sé le altre piccole realtà contadine sparse nell’agro laurentino, diventandone il cuore pulsante. Grazie al villaggio giuliano, queste famiglie hanno potuto avere servizi che prima non avevano: scuola, chiesa ed anche il primo medico e la prima ostetrica, il dott. Paliaga, a cui è dedicata una targa sulla soglia della sua abitazione, e la signora Vatta, che ancora oggi custodisce i diari in cui ha registrato la nascita di circa 2000 bambini.

I padiglioni a mano a mano vennero affiancati da piccole palazzine e poi sostituiti da nuovi palazzi un po’ più grandi. Furono edificati la ‘Casa della bambina giuliano-dalmata’ e il Convitto femminile, grazie al prezioso contributo di Marcella e Oscar Sinigaglia, lei figlia di Theodoro Mayer, fondatore de ‘Il Piccolo’ di Trieste, e lui Presidente dell’Opera Nazionale Assistenza Profughi Giuliani e Dalmati. Oggi questi edifici, che prima ospitavano rispettivamente le bambine in età scolare e le ragazze in età d’istruzione superiore, ospitano la sede del 112 e un liceo scientifico.

Il villaggio giuliano è diventato quartiere giuliano-dalmata di Roma, grazie anche alla meritoria opera di Aldo Clemente, segretario generale dell’Opera. Ben due Presidenti della Repubblica hanno visitato il villaggio: Luigi Einaudi il 30 marzo 1949 e Giovanni Gronchi il 15 maggio 1956; e ben due papi: Papa Paolo VI l’8 aprile 1973 e Giovanni Paolo II il 29 gennaio 1984, che poco tempo prima aveva benedetto in piazza San Pietro i mosaici raffiguranti i santi patroni delle citt‡ abbandonate sull’altra sponda dell’Adriatico e oggi custoditi nella cripta della chiesa San Marco.

 

Desiderio di ricostruzione e dignità

Il quartiere giuliano-dalmata, che per tutti noi che l’abbiamo vissuto è rimasto e rimarrà per sempre ‘il villaggio’. Un grande esempio di rinascita, di desiderio di ricostruzione e di dignità. Oggi è un museo a cielo aperto che tanto ha da raccontare e tanto altro ci sarebbe ancora da scrivere!

Chiudo questo pezzo con un invito a visitarlo, a conoscerlo, a scoprirlo.

Troverete narrata la storia di un popolo che ha rinunciato a tutto per amore dell’Italia, che non ha ricevuto l’accoglienza che meritava e che, nonostante tutto, ha saputo ricostruire la propria identità, con decoro, umiltà e coraggio e senza mai smettere di amare la propria terra e la propria patria.

 

 

 

IMMAGINE

Au pied du mur, progetto di garden design, ATELIER 1:1

 

LETTURE

Roberta Fidanzia, Amedeo Colella,Visioni di libertà di un esule istriano. Radici, identità, esilio, Collana Voci della politica, Drengo, Roma 2016; della stessa autrice La trasmissione dei valori tradizionali e culturali attraverso il mezzo multimediale: l’esempio Giuliano-Dalmata, in Arte, Media e Comunicazione. Atti del secondo convegno, Aracne, Roma 2007;  La Storia dell’esodo giuliano-dalmata. Riflessioni a margine di testimonianze di vita, in ´Nike. La rivista delle Scienze Politicheª, n. 3, ottobre 2006, Foggia 2006; Il Quartiere Giuliano-Dalmata di Roma tra memoria e attualità, in Storiadelmondo n. 3, 10 febbraio 2003; Storia del quartiere giuliano-dalmata di Roma, cd-rom, Drengo, Roma 2002.

ROBERTA FIDANZIA
Studio, leggo, scrivo.
Articolo creato 10

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