Se il Papa elogia il Paese del muro e del massacro dei Saharawi

Al suo ritorno dal viaggio pastorale in Marocco,

Papa Francesco ha fatto ai giornalisti dichiarazioni politiche molto accorate circa l’egoismo dell’Europa nei confronti delle legittime aspirazioni dei migranti africani ad avere un futuro.

Ha detto di aver pianto a vedere la barriera di filo spinato e di lame eretta dalla Spagna per impedire l’accesso dei migranti alla sua exclave di Ceuta in territorio marocchino. Ha detto che la paura è il linguaggio dei populismi e l’anticamera delle dittature. Ha detto che chi costruisce muri ne resta prigioniero, mentre i costruttori di ponti vanno avanti.

E ha avuto parole di grande apprezzamento per il Marocco, “esempio di umanità per i migranti e i rifugiati”.

Peccato che il Pontefice si è fermato a Rabat.

L’avessero portato, seguendo la costa atlantica, 1300 km più a sud, e poi, con una sterzata a est, ancora avanti 300 km nel deserto, avrebbe avuto altre e più convincenti ragioni di piangere, perché avrebbe visto il muro eretto da quegli stessi umanissimi marocchini negli anni Ottanta per cacciare dalla loro patria il popolo dei Saharawi, i legittimi abitanti del Sahara Occidentale.

Un enorme territorio, ricchissimo di fosfati e dalle acque pescosissime, che fu aggredito dal Marocco nel 1975 quando la Spagna si ritirò da questa antica sua colonia.

Massacri, sterminio, uso di bombe al napalm costrinsero buona parte dei suoi abitanti a fuggire verso l’Algeria, dove tuttora, 44 anni dopo, in un angolo di deserto a Tindouf, vivono 170.000 profughi (tantissime donne e bambini).

Al di qua del muro, lungo 2700 km (due volte l’Italia) e presidiato notte e giorno dai militari, i Saharawi rimasti nella loro terra espropriata vivono nella discriminazione e nell’oppressione del governo marocchino.

Forse non ci hanno portato il Papa a causa dei 7 milioni di mine antiuomo di cui i sudditi di Mohammed VI hanno disseminato la zona. Il Marocco è buono, l’ha detto lui.

Spiace moltissimo dirlo, ma Jorge Bergoglio ha assimilato dall’odierna subcultura mondana anche la superficialità facile e modaiola: la stessa che in questi giorni fa pronunciare contro il Medioevo affermazioni scriteriate e di spaventosa ignoranza.

 

 

 

IMMAGINE

The Young Pope, Paolo Sorrentino; S1 ep.4 HBO.

ANDREA DEL PONTE
Sono professore di latino e greco nei licei e presidente nazionale del Centrum Latinitatis Europae. Collaboro con articoli e ricerche scientifiche con la Pontificia Università Salesiana, con la rivista “Zetesis” di Moreno Morani, e con la rivista di studi antichi “Grammata”. Sono autore di testi scolastici, traduttore per il teatro dal greco e dal latino, coopero da tempo con Sergio Maifredi e Tullio Solenghi per la realizzazione di testi classici. Ho tradotto per l’INDA di Siracusa i “Sette contro Tebe” al Festival giovani. Come saggista, ho appena pubblicato il volume “Per le nostre radici – Carta d’identità del latino”, con la prefazione di Salvatore Settis.
Articolo creato 10

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.

Torna in alto