Pasqua, l’agnello di Fedro e un test interattivo

La Pasqua cattolica è appena passata (21 aprile, vedi caso lo stesso giorno del MMDCCLXXII Natale di Roma).

Parleremo dunque di agnelli: da un’ottica però non religiosa, bensì culturale, con l’aggiunta di un test interattivo con voi lettori, per rendere più appetitoso l’articolo.

 

Risulta da statistiche credibili che nella sola Italia per questa festività sia stato macellato un milione di agnelli da latte: pur sempre la metà rispetto ai 2 milioni del 2014.

L’agnello, simbolo per lo più di indifesa ingenuità, ci riporta immediatamente alla celebre favola Lupus et agnus di Fedro (I sec. d.C.), in cui la bestiola, nonostante un disperato tentativo di difendersi con le armi della verità e della giustizia, viene divorata dal feroce predone che sin dall’inizio pregustava il banchetto.

Ma c’è una seconda favola di Fedro in cui compare come personaggio l’agnello: Canis et agnus, molto meno nota e molto meno commentata, senz’altro per la sua stranezza e per il fatto di essere fuori dagli schemi consueti. Qui l’agnello, nel quale forse si vuole rispecchiare il poeta, è un ragionatore intelligente e profondo, quasi un filosofo, nelle sue considerazioni circa la vita.

Proviamo a fare un esperimento sociologico-culturale: leggetela con calma e, prima di andare avanti con l’articolo, pensate tra di voi per cinque minuti e provate a dire di che cosa parla, una volta che sia stato tolto il velo dell’allegoria. Poi ci torniamo sopra.

 

 

Un cane, rivolgendosi a un agnello che se ne andava in giro fra le caprette gli disse: «Sciocco, ti stai sbagliando: non sta qui tua mamma» – e gli indica le pecore lontano in un altro gregge. Ma l’agnello gli fa: «Non cerco quella che per una sua voglia s’è fatta mettere incinta, poi ha portato un peso sconosciuto per un determinato numero di mesi e infine lo ha espulso dal grembo; piuttosto voglio quella che, porgendomi la poppa, mi nutre e che toglie del latte ai suoi figli perché non manchi a me». «Però è più importante quella che ti ha partorito». «No. Lei non sapeva mica se sarei nato bianco o nero. Ti dico di più: ci sarebbe stata qualche differenza per lei se fossi stato una femmina o un maschio quale sono? Proprio un bel regalo mi ha fatto mettendomi al mondo: aspettare di ora in ora l’arrivo del macellaio. Dato che non ha avuto nessun potere nel generarmi, perché dovrebbe essere migliore di questa che ha avuto compassione a vedermi giacere a terra e che mi offre gratuitamente la sua generosità? È l’amore, non la parentela, che rende genitori”. Con questi versi il poeta ha voluto dimostrare che gli uomini si oppongono alle tradizioni e si fanno conquistare dai benefici.

(Il cane e l’agnello, Fedro, Fabulae III, 15)

 

 

 

Allora: cosa ne dite?

Ma prima di arrivare al cuore della questione, rievoco in breve chi fu Fedro.

Era un greco di Macedonia, fatto schiavo da ragazzo e portato a Roma; qui Augusto lo affrancò per le sue doti intellettuali facendone un liberto. Fedro rimase sempre di umili condizioni, guadagnandosi da vivere come maestro elementare e componendo centinaia di favole morali in versi, nelle quali, dando la parola soprattutto ad animali personificati, descrive allegoricamente il mondo degli uomini dal punto di vista delle classi subordinate, in una società dominata dalla forza. Il ricorso alla favola gli consentiva infatti di trattare argomenti anche scabrosi e difficili senza troppo urtare la sensibilità dei potenti: il che comunque non gli evitò di essere trascinato in processo dal crudele ministro di Tiberio, Seiano, offeso da certe allusioni troppo evidenti alla sua persona.

 

Ma torniamo alla nostra favola.

L’avete trovata attualissima?

Vi pare che parli proprio dei nostri tempi?

Che alluda a tematiche scottanti come quella dell’affido, dell’adozione, del concetto di famiglia come gruppo di qualsiasi tipo purché ci sia l’amore? Vi ha fatto venire in mente “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach e la sua frase famosa “Il legame che unisce la tua vera famiglia non è quello del sangue, ma quello del rispetto e della gioia per le reciproche vite”? Avete trovato di sconcertante modernità quella frase: “È l’amore, non la parentela, che rende genitori”? In latino è ancora più efficace: Facit parentes bonitas, non necessitas.

 

Se l’avete pensato, è una cosa normale.

È l’effetto di una distorsione spazio-temporale tanto falsificante quanto spontanea.

Tendiamo a vedere nei testi antichi le idee dominanti nella nostra cultura contemporanea.

Figuratevi che in alcune rielaborazioni medievali (IX-XII secolo) la morale che si trasse da questa favola fu di tre tipi: 1. Capita di rado fra gli uomini che qualcuno mantenga gli impegni 2. Chi si allontana dalla natura finisce per corrompersi 3. L’agnello rappresenta quei giovani che abbandonando il mondo e i parenti si fanno nutrire spiritualmente dall’inesauribile latte della Parola di Dio. Il cane è colui che li tenta a tornare alle dolcezze e alle comodità.

Assurdo, no?

Eppure i sapienti commentatori di quei secoli erano convinti di ciò che dicevano.

Così come lo siamo noi quando pensiamo che i classici siano una sorta di ricettario con delle formule di saggezza da applicare ai tempi nostri. Facit parentes bonitas, non necessitas. Ma senza filologia e senso della storia si cade in clamorose falsificazioni.

Già la parola necessitas contiene un tranello pericolosissimo, in cui molti sono caduti: non vuol dire “necessità” ma “legame di sangue”, in quanto i necessarii sono i congiunti. E Fedro voleva parlare della bontà dell’adozione? Neanche per idea, perché per i Romani l’istituto dell’adozione era uno strumento squisitamente politico-economico, che prescindeva da qualunque slancio affettivo: il pater familias (e mai un rappresentante femminile) poteva adottare come figlio un giovane di altissime qualità per garantirsi una discendenza (nel caso della mancanza di figli naturali) e per combinare fruttuose relazioni con la famiglia d’origine.

Di che cosa parla allora la favola?

Come ho detto, è molto complessa e per niente semplice da analizzare, ma è probabile che Fedro qui alluda all’istituto della clientela, che era assolutamente necessaria per sopravvivere a chi, come lui, disponeva di pochi mezzi: l’indigente, tanto più se liberto di origini straniere come Fedro, si metteva nelle mani di un ricco e potente patronus dal quale riceveva assistenza economica, alimentare, legale in cambio di una pluralità di servizi. Probabile che qui Fedro rappresenti se stesso, nelle vesti di agnello soccorso dalla generosità di una capretta da latte, nel momento in cui, in una situazione di estremo bisogno, fu aiutato a rialzarsi da un ricco signore.

Altro che storie di uteri in affitto, di genitori gay e di famiglie poliamorose. Ma date quel verso (Facit parentes bonitas, non necessitas) in mano a certe categorie e ci costruiranno sopra tutto un castello di teorie. Non facciamoglielo conoscere.

 

 

 

IMMAGINE

Sala Settecentesca, ©IvanCiappelloni. La foto ritrae la celebre sala della Biblioteca Civica di Palazzo Gambalunga, Rimini. Creative Commons

ANDREA DEL PONTE
Sono professore di latino e greco nei licei e presidente nazionale del Centrum Latinitatis Europae. Collaboro con articoli e ricerche scientifiche con la Pontificia Università Salesiana, con la rivista “Zetesis” di Moreno Morani, e con la rivista di studi antichi “Grammata”. Sono autore di testi scolastici, traduttore per il teatro dal greco e dal latino, coopero da tempo con Sergio Maifredi e Tullio Solenghi per la realizzazione di testi classici. Ho tradotto per l’INDA di Siracusa i “Sette contro Tebe” al Festival giovani. Come saggista, ho appena pubblicato il volume “Per le nostre radici – Carta d’identità del latino”, con la prefazione di Salvatore Settis.
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