Ermafrodito o la società liquida

La storia recente del costume e delle idee in Italia e in Europa

si può leggere anche assumendo come punto di riferimento simbolico i figli di Venere, la dea dell’amore.

Tre sono quelli più significativi: Priapo, Eros e Ermafrodito.

Molto diversi fra loro, tuttavia.

Per dirla come Luciano di Samòsata (II d.C.) in uno dei suoi Dialoghi degli dèiPriapo è maschio oltre la decenza», Eros «è arciere e il sovrano di tutti», Ermafrodito «è femmineo, uomo per metà, ambiguo nell’aspetto: non puoi distinguere se sia un giovinetto o una fanciulla».

Priapo è il dio agreste del sesso seminale, rustico e volgare, propizio alla fecondazione: come ben dimostrano gli affreschi erotici pompeiani, è sempre raffigurato con un gigantesco pene in erezione. Rappresenta il maschio nella sua muscolarità e sfrontatezza, di fronte a cui la femmina rimane ammirata, “offrendosi” all’unione.

La “linea priapesca” è ben rappresentata in Italia dal capo del Fascismo, Mussolini, e in Europa dal Nazismo.

Carlo Emilio Gadda ha consegnato una satira immortale della fallocrazia del Ventennio nel pamphlet “Eros e Priapo” (1944) in cui sferza con taglientissima ironia il machismo del Duce, che a torso nudo durante la “Battaglia del grano” o a mascella in fuori durante i discorsi dal balcone di Palazzo Venezia seduceva folle di uomini ma soprattutto di femmine in estasi.

Il priapismo biografico, più ancora che letterario, fu caratteristica distintiva di Gabriele D’Annunzio, amante irresistibile e cacciatore di donne.

È possibile rintracciare anche oggi la riemersione carsica di questo mitologema politico: non ha fatto un buon servizio a Salvini la giornalista Chiara Giannini, scegliendo come incipit dell’ormai celebre Intervista (ed. Altaforte) la seguente frase: «Il suo è il nome più cliccato su Google in Italia: è l’uomo più desiderato dalle donne dello Stivale, anche, di nascosto, da quelle di sinistra…».

La fase erotizzante ha coinciso con la rivoluzione sessuale partita negli anni Sessanta in tutto l’Occidente.

Riconoscendo all’eros una funzione primaria per garantire felicità ed equilibrio all’individuo, il movimento sessantottino ne promosse la liberazione da ogni regola familiare, etica o religiosa, abbattendo i tabù e spalancando le porte a una cultura del desiderio che risponde solo al piacere personale.

Il Festival di Woodstock (1969) e il movimento hippy furono gli emblemi della ventata di trasgressione che spazzò via pudori e conformismi, introducendo il sesso libero accanto all’uso di droghe e all’ascolto di musica psichedelica.

L’eros dionisiaco dei “figli dei fiori”, pacifisti e antimilitaristi, sostenitori della non-violenza, dell’amore e della fratellanza, nascondeva tuttavia un’insidia: quella della successiva appropriazione e mercificazione del sesso, dello sfruttamento soprattutto del corpo femminile, della violenza del capitale sui sentimenti.

È in questo contesto che Pasolini, con “Salò o le 120 giornate di Sodoma” (1975) alzò crudamente e allegoricamente il velo sugli abusi innominabili che il potere può praticare in nome di un eros perverso; mentre negli stessi anni diventava estremamente popolare un sottogenere di film scollacciati noto come “commedia sexy all’italiana”, in cui gli ideali originari della liberazione sessuale venivano desolantemente banalizzati a prodotto cinematografico, a uso e consumo di masse poco acculturate e non disposte alla rottura palese e pubblica con la tradizione.

Sulla corrente ermafroditica, che è quella nella quale siamo immersi attualmente, occorre spendere qualche parola in più, innanzitutto ricostruendo le linee essenziali del mito magistralmente narrato da Ovidio nel IV libro delle Metamorfosi.

Ermafrodito è un ragazzo bellissimo e fascinoso, figlio di Hermes e di Afrodite. A 15 anni lascia il luogo natio (il monte Ida presso Troia) mosso dalla curiosità di scoprire luoghi nuovi e misteriosi. Presso Alicarnasso giunge a un lago solitario e limpidissimo, sede della ninfa Salmace, che non appena lo scorge viene presa dal desiderio di possederlo. Gli si accosta con grazia, parlandogli con tatto in modi simili a quelli con cui, a rapporti invertiti, Odisseo si rivolge a Nausicaa, ma al termine del discorso gli propone senz’altro, se non ha altri legami amorosi, di fare sesso con lei. Il ragazzo è turbato da quella proposta e si schermisce. Salmace finge allora di allontanarsi, ma in realtà lo spia di tra i cespugli mentre, dopo essersi spogliato, scende nudo nelle acque cristalline. A questo punto la ninfa non si trattiene più: presa da un’irrefrenabile passione erotica, si spoglia in fretta e si getta nelle acque che sono sue. Abbraccia il ragazzo che si divincola, lo tocca, gli si avvinghia come fa l’edera o il polpo; alle sue resistenze, prega gli dèi di unirli per sempre in un’unica persona.

Così avviene, e l’Ermafrodito che esce dall’acqua non è più quello di prima, ma una nuova creatura in cui il carattere maschile e quello femminile si sono fusi – “e non vedi se sia femmina o maschio, ché nessuno sembra dei due, ma l’uno e l’altra insieme”.

Da quel giorno, racconta il mito, chiunque sia vir e si bagni in quelle acque ne esce, per un prodigio che si ripete, semivir, effeminato.

 

È evidente il carattere ermafroditico della società contemporanea, messo in luce con altro termine e con straordinaria chiaroveggenza da Zygmunt Bauman nel suo “Modernità liquida”.

La modernità – dice in sostanza Bauman – è la convinzione che “l’unica cosa permanente è il cambiamento e che l’incertezza è l’unica certezza”. Tutto è solubile, intercambiabile, provvisorio: dal lavoro al luogo di residenza, dai rapporti affettivi alla personale identità sessuale.

L’acqua della fonte Salmace è il medium in cui tutto trascolora e in cui i confini identitari divengono labili fino a svanire.

Il liquido azzurro nel quale si sfoga la bulimia erotica della ninfa è il mercato nel quale l’uomo-consumatore si tuffa cercando di appropriarsi compulsivamente di tutto quel che edonisticamente lo attrae.

L’Ermafrodito dalle fattezze delicate e dalla voce femminea che emerge da quelle acque è l’uomo depotenziato, devirilizzato, depriapizzato di questi anni salmacei.

Non sappiamo fino a quando dureranno, e quale sarà la prossima epoca – e se sarà sempre nel segno di Afrodite-Venere o di un altro dio.

 

Quel che è certo è che Ovidio nei primissimi anni dell’era volgare aveva già detto tutto. Si capisce forse meglio, ora, perché Augusto con un atto d’imperio lo relegò nell’8 d.C. ai confini del mondo civile, a Tomi sul Mar Nero.

 

 

 

IMMAGINE

Ungendered, campagna pubblicitaria Zara, 2017

LETTURE

Modernità liquida, Zygmunt Bauman, ed.Laterza 

 

ANDREA DEL PONTE
Sono professore di latino e greco nei licei e presidente nazionale del Centrum Latinitatis Europae. Collaboro con articoli e ricerche scientifiche con la Pontificia Università Salesiana, con la rivista “Zetesis” di Moreno Morani, e con la rivista di studi antichi “Grammata”. Sono autore di testi scolastici, traduttore per il teatro dal greco e dal latino, coopero da tempo con Sergio Maifredi e Tullio Solenghi per la realizzazione di testi classici. Ho tradotto per l’INDA di Siracusa i “Sette contro Tebe” al Festival giovani. Come saggista, ho appena pubblicato il volume “Per le nostre radici – Carta d’identità del latino”, con la prefazione di Salvatore Settis.
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