La Città di Dio e la Città degli uomini

 

 

Tra viaggio e letteratura il rapporto è strettissimo fin dalle origini.

 

L’Odissea altro non è, in gran parte, se non il racconto di un lunghissimo itinerario per mari e terre ignote; la Divina Commedia è, per definizione, un itinerarium mentis ad Deum attraverso i tre regni dell’oltretomba.

La letteratura odeporica (da hodoiporia = “viaggio”) consente con facilità allo scrittore di associare alla descrizione il proprio giudizio sugli uomini e sul mondo: lo sguardo che egli posa sugli scenari che commenta non è mai né neutro né ingenuo, anzi la scelta di che cosa far vedere al lettore è sempre parziale, soggettiva, ideologicamente motivata.

L’incontro con il ciclope Polifemo è innanzitutto finalizzato a mostrare in modo iperbolico in che cosa consista la differenza fra la civiltà dell’uomo greco e la barbarie di mostruosi giganti fermi a uno stadio pastorale e pre-politico dell’esistenza

 

Fra tutti i testi odeporici che l’antichità ci ha tramandato, credo che quello più inquietante e attuale sia il poemetto De reditu suo di Rutilio Namaziano, un altissimo funzionario romano del V secolo, originario delle Gallie, che nei primi anni delle invasioni barbariche (417 d.C.) si trovò costretto ad abbandonare l’Urbe amatissima per tornare a Burdigala (Bordeaux), vicino all’Oceano, a difendere le sue vaste proprietà terriere.

 

L’Impero stava agonizzando nel caos politico, militare, economico, religioso; Roma, per la prima volta dopo 800 anni, era stata violata da nemici stranieri, i Visigoti di Alarico, che nel 410 d.C. l’avevano messa a sacco per tre giorni.

Le celebri strade romane erano ormai deserte e pericolose: chiuse le locande e le stazioni di ristoro, distrutti molti ponti, abbandonati o dati alle fiamme antichi centri, briganti e sbandati ovunque. A Rutilio per ritornare in patria non resta che organizzare un viaggio per mare, rasente costa, con frequenti brevi soste a terra, perché la stagione è quella dell’autunno inoltrato.

 

Dal suo mobile osservatorio l’ex prefetto di Roma getta lo sguardo su delle coste – quelle del Lazio e della Toscana – un tempo floride e splendide, ora un susseguirsi quasi ininterrotto di degrado, di solitudine e di rovina.

 

“Non si possono più riconoscere i monumenti dell’epoca trascorsa, immensi spalti ha consunto il tempo vorace. Restano solo tracce fra crolli e rovine di muri, giacciono tetti sepolti in vasti ruderi. Non indigniamoci che i corpi mortali si disgreghino: ecco che possono anche le città morire”.

 

I luoghi e le persone che egli fissa con il suo obiettivo non sono casuali, ma rispondono a una precisa intenzione ideologica: quella di un grand commis pagano dell’alta aristocrazia senatoria, nazionalista e conservatore, anti-barbarico, nostalgico delle antiche glorie.

Denuncia con virulenza coloro che ritiene essere i responsabili dello sfascio: i Cristiani ossessionati dal peccato e favorevoli all’ingresso delle nuove genti; gli Ebrei, chiusi nella loro cupidigia; i capi germanici, romanizzati ma sempre infidi, assieme alle loro milizie esperte di inganni.

E innalza nel contempo un’altissima lode a Roma – ascoltami regina bellissima del mondo che è tuo – che ha donato ai popoli sottomessi la civiltà giuridica, il benessere, uno stile di vita fondato sulla virtù, sul rispetto degli dèi e sul senso del bello. Ora tutto ciò rischiava di essere spazzato via dalla rozzezza barbarica e dall’imporsi di una nuova religione che – a detta di Rutilio – negava i più alti princìpi umani per compiacersi vilmente della mortificazione dei sensi.

 

Leggere oggi Rutilio Namaziano mette in crisi.

 

Certo, Marc Bloch ci mette in guardia dai parallelismi ingenui fra epoche apparentemente simili: la Storia è innanzitutto “scienza del cambiamento”, è trasformazione più che permanenza. È però lecito individuare al suo interno delle grandi “mentalità matrici” (così le chiameremo) che ricorrono simili nel tempo, restando simile la natura profonda dell’uomo.

Alcune di esse, comuni al V e al XXI secolo, sono l’attaccamento alla propria civiltà e la paura di perderla; l’attaccamento a ciò che è noto e la paura dell’ignoto; l’attaccamento ai propri simili e la paura dei diversi; l’amore per la bellezza e la ricchezza e il disprezzo per il degrado e la povertà.

 

Le vicissitudini della Storia ci hanno dimostrato più volte che nell’arco dei secoli la mentalità dell’attaccamento si è dimostrata perdente su tutti i fronti, e che ha vinto quella della fiducia e dell’abbandono a un futuro ancora oscuro e imprevedibile.

I monaci cristiani, che Rutilio vide sulle isole di Capraia e di Gorgona e che chiama sprezzantemente lucifugi, simili a scarafaggi, sono gli stessi che per tutto l’Alto Medioevo avrebbero salvato come amanuensi tanta parte della letteratura latina pagana; la campagna toscana e la via Aurelia, che avevano sofferto a ferro e a fuoco le orde dei Goti (nelle parole di Rutilio) avrebbero generato, otto secoli dopo, Dante Alighieri in una Firenze di altissima civiltà.

 

È un problema.

Sul metro della “Città degli uomini” è difficile non essere dei Rutili. Sul metro dell’agostiniana “Città di Dio” dovremmo lietamente affaccendarci a seppellire il nostro stesso presente per affrettare un futuro sorprendente che comunque non vedremo.

 

 

 

IMMAGINE

Civita di Bagnoregio, Free use. Per tornare a casa, in Gallia, Rutilio si mette in viaggio, addentrandosi proprio nella Tuscia. Qui, viste le condizioni di pericolo per via dello sgretolamento del controllo da parte di Roma, con briganti e barbari che imperversano ovunque, decide di organizzare un viaggio via mare e si dirige verso la costa del Lazio.

ANDREA DEL PONTE
Sono professore di latino e greco nei licei e presidente nazionale del Centrum Latinitatis Europae. Collaboro con articoli e ricerche scientifiche con la Pontificia Università Salesiana, con la rivista “Zetesis” di Moreno Morani, e con la rivista di studi antichi “Grammata”. Sono autore di testi scolastici, traduttore per il teatro dal greco e dal latino, coopero da tempo con Sergio Maifredi e Tullio Solenghi per la realizzazione di testi classici. Ho tradotto per l’INDA di Siracusa i “Sette contro Tebe” al Festival giovani. Come saggista, ho appena pubblicato il volume “Per le nostre radici – Carta d’identità del latino”, con la prefazione di Salvatore Settis.
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