Viaggio nellʼOrestea di Anagoor

 

Fuggire, scappare, strappare:

ho dedicato gli ultimi dieci anni della mia vita alla ricerca di quel quid convinta che sicuramente lo avrei trovato nel momento in cui sarei sopraggiunta alla meta più lontana da ciò che per me era casa.

Ma solo dopo scontri, approdi mai raggiunti e ricerche sempre più sconfinate finalmente arrivo a riconoscere (e ad accettare) che la risposta sta tutta nel celebre motto senecano: animum debes mutare, non caelumPer raggiungere la tranquillitas è lʼanimo che deve mutare: il cielo può rimanere fermo.

Ed è proprio da qui, da una sosta nel mio cielo, che comincio il mio viaggio, lʼesplorazione della mia terra.

 

La prima fermata di questo cammino, tanto esteriore quanto interiore, ha luogo a due passi da casa: è Centrale Fies.

Si tratta di uno spazio un poʼ speciale per tante ragioni. Innanzitutto si trova in un contesto geologico straordinario: siamo a ridosso di quelle che nellʼInferno Dante chiamava antiche ruine, vale a dire distese di sassi precipitati a seguito di diverse frane 200.000 anni fa. In secondo luogo lʼedificio in questione è frutto di un riuso: costruito nel 1911 durante lʼImpero Asburgico e nato come centrale idroelettrica, a partire dal 2002 diventa la sede artistica di progetti, laboratori e festival di arti performative.

È così che da luogo abbandonato, Centrale Fies riprende vita: la sua monumentalità viene ripristinata; lʼidentità ne è preservata e al tempo stesso riformulata.

Adesso qui convivono antico e moderno: la loro unione è tale da creare unʼarmonia e una sinergia percepibili in maniera immediata.

 

Questo luogo così affascinante riesce a catturare ancora di più la mia attenzione quando scopro che ospiterà uno spettacolo decisamente nelle mie corde, una di quelle rappresentazioni che ho sempre pensato di dover scovare lontano, di certo non sotto il cielo di casa mia: Orestea, fin dentro la notte, fin dentro la sera, della compagnia Anagoor.

Prenoto il biglietto. Finalmente arriva la data dello spettacolo e – emozionata come una bambina la notte della vigilia di Natale – mi presento a Centrale Fies.

 

Lo scenario che si palesa davanti a me è un vortice di suggestioni. Si respira unʼaria densa di trepidazione che invita subito gli spettatori allʼabbandono sensoriale. Perché non ci troviamo in un teatro tradizionale: siamo in uno spazio altro, in un luogo dove si incontrano e scontrano più dimensioni. Ci troviamo tra una sala di comando e una turbina, tra una forgia ed un cortile: qui non si produce più energia idroelettrica, ma si rende visibile lʼinvisibile.

Ed è proprio per la conformità di questo luogo che Anagoor ha scelto di rimodulare la propria versione di Orestea dando vita ad un dialogo tra spazio e suono, tra installazioni e performance, tra drammaturgia e pluralità di linguaggi.

È a questo punto doveroso fare un piccolo passo indietro e dedicare qualche riga alla trama di ciò che ci attende.

 

Che cosʼè lʼOrestea?

 

In una delle saghe più note del mito classico si raccontano le sventure di una coppia di coniugi: Agamennone e Clitemnestra.

Padre senza scrupoli e vincitore di Troia, lui; madre addolorata e sposa infedele, lei. Quando Agamennone, finita la guerra, fa rientro ad Argo, ad attenderlo cʼè una donna seduta sul suo trono: è Clitemnestra, sua moglie, la quale, durante la sua assenza, non solo ha fatto suo il potere del marito, ma ha pure pianificato un progetto di vendetta.

Perché Clitemnestra, prima di essere una moglie, è innanzitutto una madre in lutto: il sacrificio della figlia Ifigenia, voluto dal marito, ha generato in lei grande odio e risentimento.

 

Così dolore, rabbia e desiderio di ribellione coesistono in Clitemnestra, alimentandosi a vicenda.

E tutti sanno che non cʼè niente di più pericoloso del dolore di una madre che soffre per la perdita di un figlio, soprattutto se la prole è dello stesso genere: perché madre e figlia creano una riproduzione a circuito chiuso. Per questo, quando Ifigenia viene sacrificata, è la stessa Clitemnestra ad essere colpita. A questo punto non resta altra scelta alla figlia di Leda: per vendicare lʼassassinio della figlia deve uccidere il marito.

Agamennone quindi muore. Ma dopo questa morte il dramma familiare, invece di placarsi ed esaurirsi, si moltiplica: Oreste, figlio maschio della coppia, deve vendicare la morte del padre. Uccide così la madre, scatenando lʼira delle Erinni, le mostruose vendicatrici che perseguitano gli autori degli omicidi dei consanguinei. Per far sì che si arrivi ad una decisione sulla colpevolezza o meno di Oreste viene istituito da Atenaareopago, il tribunale per i delitti di sangue. È così convocato in qualità di testimone Apollo, che aveva suggerito ad Oreste la vendetta paterna; il dio interviene sostenendo che solo un padre è da considerarsi genitore – quindi che solo un padre esige di essere vendicato – mentre la madre è solo un ricettacolo che accoglie e nutre un estraneo. Oreste viene assolto e le Erinni divengono Eumenidi.

 

Ma torniamo al nostro spettacolo.

Arrivata allʼingresso, sento dominare un suono forte e pungente: è il canto degli uccelli accompagnato da una tromba acustica che come un richiamo invita i presenti a dare inizio al loro viaggio. La voce dei gabbiani mi ricorda uno degli elementi chiave della nostra saga: ripenso subito ad Agamennone re degli uccelli, al portento di aquile di Calcante o alla lingua di Cassandra paragonata a quella di un usignolo.

Questa prima installazione sonora, ubicata ad Argo, vuole dispensare consigli ai genitori in lutto.

A pochi passi da lì troviamo invece Delfi che non a caso ospita una copia dellʼApollo di Olimpia: realizzata grazie ad una scansione 3D concessa ad Anagoor dal Museo Archeologico di Olimpia e dal Ministero della Cultura Ellenico, la riproduzione del Lossia rievoca immediatamente il suo ruolo centrale (ed ambiguo, proprio come i suoi responsi) allʼinterno delle vicende familiari di Agamennone e Clitemnestra.

 

Sul Caucaso, infine, ci imbattiamo in unʼinstallazione che ospita un video su bia e kratos, temi centrali della tragedia, ma anche dei nostri giorni: lingua, origine, confini, identità sono oggetto di questa proiezione.

Finalmente arriva lʼora di inizio del vero e proprio dramma: pensato in tre tempi (Agamennone, Schiavi, Conversio) che riprendono lʼantica tripartizione dellʼOrestea (Agamennone, Coefore, Eumenidi) la performance si presenta come una filologia della contaminazione. Il testo eschileo è infatti pregno di interpolazioni di altri autori che spaziano dal passato (come Virgilio e Leopardi) a tempi più recenti (come Ernaux, Arendt, Mazzoni): proprio da questo mescolarsi e fondersi viene crearsi unʼestensione di contenuti che fa ri-vivere il repertorio classico. E lo stesso può dirsi della molteplicità di linguaggi ed espressioni che si trovano sulla scena: se da un lato la performance rispetta rigorosamente lʼantica struttura tragica (con prologo, parodo, stasimi…), dallʼaltra sperimenta novità sceniche come la proiezione di video alternati a monologhi, dialoghi, danza e canto del coro.

 

È così che parallelismi, rimandi e sintonie consentono di ripensare lʼumanità sotto una nuova luce: il sangue, il dolore, la violenza dellʼOrestea eschilea non sono poi così tanto distanti dallʼodio, il senso di privazione e di abbandono, la morte, le guerre di cui siamo spettatori ogni giorno. E lo stesso vale per il desiderio di giustizia e di ripristino dellʼordine.

La reggia dove Clitemnestra coltiva e alimenta la sua disperazione diventa uno spazio di condivisione del dolore che induce ogni spettatore a riflettere sulla dimensione della perdita e sul significato della vendetta. I riferimenti alla spedizione dei Greci e alla distruzione di Ilio sono un invito a riconsiderare il bisogno incessante di dominio e conquista da parte dellʼuomo. La realizzazione dellʼambiente di guerra attraverso lʼuso di registratori a bobina e da frequenze radio disturbate riesce di fatto a ricreare le comunicazioni dei campi di guerra immergendo i presenti in un contesto autentico.

Come per Eschilo, anche qui la notte e la violenza sono le protagoniste della scena: Anagoor arriva a rappresentare la morte facendo a meno del sangue scegliendo di ricorrere al canto dei morti e alle cerimonie di lutto. E che dire del dialogo fra Clitemnestra e Cassandra, due donne che mai potranno (e vorranno) capirsi? La voce del logos da un lato e dellʼoracolo dallʼaltro, il dibattito sullʼorigine greca di una e barbara dellʼaltra (ma poi, chi è straniero rispetto a chi?) sono gli elementi da cui viene elaborata una delle scene più dense di pathos. Lo stesso vale per Oreste che non sa che cosa deve fare (come capiterà un giorno ad Amleto) e che si trova in una condizione di sospensione e attesa: il lavoro psicologico realizzato sul suo personaggio poco prima dellʼazione decisiva è di straordinaria profondità e ricercatezza.

 

Mentre tutto questo va in scena mi guardo attorno. Vedo sui volti degli spettatori occhi curiosi, impauriti, turbati. Sgorgano lacrime, prove di compassione: chi osserva soffre con i personaggi del dramma. Alcune mani si accarezzano il viso, altre cercano supporto, altre ancora sono intente a trascrivere quanto succede.

 

È una questione di mimesis, direbbe Aristotele.

 

Spettacolo e spettatori diventano un tuttʼuno. Il processo di identificazione e immedesimazione si sta consumando. La tragicità abita in ognuno di noi: i tormenti, le angosce e i desideri dellʼuomo ritornano sempre in maniera ciclica perché fanno parte del DNA delle nostre anime.

 

E qui dove inizia la catarsi finisce il mio viaggio.

 

 

 

IMMAGINI

Orestea, archivio immagini della compagnia Anagoor.

STEFANIA SANTONI
Un cuore antico per una nuova scrittura del sé.
Articolo creato 9

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