Il gender e la finestra di Overton

 

Si fanno sempre più numerose

le segnalazioni di genitori allarmati e preoccupati per la diffusione delle teorie gender a scuola, nel doposcuola, nelle comunità di vacanze.

Mentre grandi aziende come Microsoft, Coca Cola, Vitasnella, Jack Daniels, Burger King, Just Eat, Accenture e molte altre ancora, oltre a sostenere economicamente gli eventi Pride, si dedicano a promuovere le teorie gender anche formando gruppi di volontari che le insegnano ai figli dei dipendenti.

Tutto viene addirittura presentato come una forma di Responsabilità Sociale dell’Impresa che intende promuovere l’”inclusione”, per lottare contro le discriminazioni e l’omofobia.

L’educazione secondo le teorie gender è stata inoltre inserita surrettiziamente nel decreto della Buona Scuola, ad opera della Ministra Fedeli.

Ermafrodito o la società liquida

Se è del tutto corretto invitare al rispetto di ogni scelta di vita, non è affatto corretto trasformare l’inclusione in esclusione, dato che i teorici del gender si pongono l’obiettivo primario di considerare la famiglia naturale (quella che si incarica della riproduzione, per l’appunto secondo natura) un male da correggere.

Considerandola alla pari di tutte le famiglie con i più diversi e possibili gusti sessuali, che per assecondare il proprio desiderio di genitorialità debbono poter accedere liberamente alla pratica dell’utero in affitto o addirittura dell’ectogenesi (gestione della gravidanza da parte di una macchina), così da liberare finalmente la donna dalla maledizione biblica “tu partorirai con dolore”.

La gente comune non si sta accorgendo della degradazione e della trasformazione di valori millenari ad opera di una neolingua di tipo orwelliano, che riesce addirittura a far diventare politicamente corretti e quindi da difendere – e da promuovere – comportamenti che fino  a qualche anno fa erano universalmente considerati perversioni.

Come è stato possibile tutto ciò?

La risposta sta nell’applicazione puntuale del modello di ingegneria sociale che prende il nome di “Finestra di Overton”, dal nome del ricercatore che l’ha codificata negli anni novanta.

Il metodo consiste nell’avviare un lento processo attraverso il quale idee inizialmente ritenute impensabili, inaccettabili o vietate, vengono pian piano riproposte come idee radicali ma ammissibili con eccezioni, poi accettabili, indi sensate e razionali, poi socialmente accettabili grazie alla loro larga diffusione, ed infine legalizzate e recepite nelle leggi dello stato. 

Esattamente quello che è successo con la teoria gender, che ha portato alla pubblica legittimazione di comportamenti vergognosamente provocatori e oggettivamente scandalosi perché di pessimo gusto, durante i Gay Pride oggi finanziati da grandi imprese del web dell’informatica e del largo consumo.

Qualche esempio: persone seminude con cartelli del tipo “Frontiere aperte come i nostri culi”, oppure “Mentre nascevo leccavo già la figa di mia madre”, per non parlare delle Drag Queen che tenevano lezioni di sessualità gender ai bambini.

 

Denunciare questi fatti non è essere omofobi, in quanto la libertà di pensiero, di azione e di scelte sessuali sono principi irrinunciabili.

Ma non si può serenamente accettare che il rispetto delle diverse scelte personali diventi in realtà una forma di eterofobia, come è oramai sotto gli occhi di tutti.

Cito in proposito le ricerche e gli scritti dell’avvocatessa Elisabetta Frezza, in quanto sono documentatissimi e del tutto inoppugnabili.

In una pubblicazione della Leonardo Editrice, intitolata Mala scuola, la giurista spiega nei dettagli l’applicazione del metodo di Overton:

Nel 1969 Frederick Jaffe, vice-presidente della International Planned Parenthood Federation, redige per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) un memorandum strategico con l’esplicito obiettivo di diminuire la fertilità umana. E tra i mezzi funzionali alla contrazione delle nascite, Jaffe individua i seguenti: «Ristrutturare la famiglia, posticipando o evitando il matrimonio; alterare l’immagine della famiglia ideale; educare obbligatoriamente i bambini alla sessualità; incrementare percentualmente l’omosessualità». Sappiamo che la Planned Parenthood gravita nell’orbita dell’ONU, di cui rappresenta un vero e proprio braccio armato”.

Sarebbe opportuno che le grandi imprese di largo consumo si rendessero conto della differenza che passa tra promuovere l’uguaglianza e il rispetto della diversità e promuovere in ogni modo una ideologia totalitaria come quella del gender.

Chi ha dubbi su questa affermazione, farebbe bene a dare un’occhiata ad una conferenza in cui l’avvocatessa Frezza spiega con linguaggio scientifico e assai documentato, ma comprensibile a tutti, l’incredibile torsione del diritto e del buon senso che è in atto grazie anche alla vera e propria collusione di tutti i mass media.

 

 

 

IMMAGINE

Drag Queen Story Hour, @ibcitylibrary. Ciclo di di letture per bambini, sul mondo LGBT.

 

 

ALBERTO CONTRI
Da cinquant’anni in comunicazione, sono stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Sono stato consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Presiedo dal 1999 a titolo gratuito la Fondazione Pubblicità Progresso, che ho trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Insegno Comunicazione Sociale presso la IULM di Milano. Libri: A. Contri, “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale.” (Bollati Boringhieri - 2017) A. Contri, “Comunicazione sociale e media digitali” (Carocci -2018).
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