Inclusione versus esclusione

 

 

Come camminatore e alpinista so qualcosa di montagna.

Ho scalato di recente gran parte delle cime più alte dell’Austria (Grossglockner, Wildspitze, Palla Bianca, Grossvenediger) e buona parte delle Marittime e delle Cozie. Ho affrontato e vinto ghiacciai sterminati, irti di seracchi e rugosi di crepacci, come il Vernagt, il Gepatsch, lo Stubaiferner. Mi sono arrampicato mani e piedi su rocce impossibili tra gli strapiombi, come alla Cima delle Anime.

Vi posso garantire che poche cose sono così esclusive (o, se preferite, non-inclusive) come la montagna, con la quale non si scherza. Nel 2019 (dati AGI) si è contato solo in Italia un morto al giorno. Come nel 2018.

Eppure, anche il Club Alpino Italiano, del quale sono socio da molti anni, nell’ultimo numero della sua rivista inneggia all’inclusività della montagna, in articoli che, ad esaminarne il targatissimo e convenzionale lessico “della tribù” sembrano ricalcati dalla rivista dei consumatori della COOP.

È molto grave e forse poco responsabile assecondare l’onda dei tempi quando si toccano temi così delicati.

Il mondo attuale, a mio parere, ha un enorme bisogno di esclusività (particolarità, peculiarità, specificità, unicità, selettività ne sono i sinonimi).

Non quella di censo, né, ci mancherebbe, etnica, sociale o di genere, ma proprio qualitativa, di merito e anche di scelta di vita.

Poco più di un mese fa ho avuto la rara opportunità di trascorrere due giorni in un remoto monastero del Monte Athos, in Grecia.

Qui, in una stretta penisola slanciata nell’Egeo verso Oriente, vive una comunità di circa 1500 monaci ortodossi che hanno fatto dell’esclusione la ragione della loro vita e della loro felicità.

Esclusione dal mondo, che resta lontanissimo e come appartenente a un altro pianeta, per questi religiosi che rifiutano internet, radio, tv, telefonini e giornali. Esclusione anche del mondo, perché qui gli accessi dall’esterno sono numerati e ridottissimi: è vietato il turismo di massa. Esclusione dal loro territorio di qualunque creatura femminile, perché l’Athos è il giardino di Maria Vergine alla quale sola sono rivolti i loro sguardi fisici, quando adorano le icone, e spirituali. Esclusione anche delle consuete categorie spazio-temporali che nel mondo ci assillano: qui il microcosmo del monastero è un avamposto di Paradiso, dove la vastità è quella del cielo, del mare infinito e vuoto che ti si spalanca davanti, ma soprattutto quella dell’anima, abituata a ritmi di preghiera per noi impensabili (il Mattutino cui ho partecipato durò dalle 4 di notte alle 8 e mezzo). Ma proprio questa esclusione estrema dà energia allo spirito e significato alle attività quotidiane, che possono essere la lettura, la coltivazione degli orti o anche la conversazione con gli ospiti, quale io ero. Quei monaci sono felici.

 

Non voglio certo dire che dobbiamo imitare in qualche modo il modello-Athos nella normalità della nostra vita.

Ma dico che l’esclusione, quando è sana, non violenta né egoistica, è necessaria e positiva, non un mostro come oggi l’Occidente vorrebbe far credere. Arrivare in un rifugio alpino a 3200 metri, dopo aver contrastato le fibre deboli del tuo corpo che avrebbero voluto farti desistere, e trovare lassù i pochi forti che come te ce l’hanno fatta, non deve provocare rincrescimento, ma gioia. Non avrebbe senso, in nome dell’inclusione, farci arrivare una cabina della funivia. Quando il mio fisico non ce la farà più, me ne resterò serenamente in valle, tra gli esclusi. E sarà giusto così.

 

 

 

IMMAGINE

Il Grande Silenzio, docufilm di Philip Gröning, 2005.

ANDREA DEL PONTE
Sono professore di latino e greco nei licei e presidente nazionale del Centrum Latinitatis Europae. Collaboro con articoli e ricerche scientifiche con la Pontificia Università Salesiana, con la rivista “Zetesis” di Moreno Morani, e con la rivista di studi antichi “Grammata”. Sono autore di testi scolastici, traduttore per il teatro dal greco e dal latino, coopero da tempo con Sergio Maifredi e Tullio Solenghi per la realizzazione di testi classici. Ho tradotto per l’INDA di Siracusa i “Sette contro Tebe” al Festival giovani. Come saggista, ho appena pubblicato il volume “Per le nostre radici – Carta d’identità del latino”, con la prefazione di Salvatore Settis.
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