Per una mistica della materia. Burri e il grande Cretto di Gibellina

È difficile concepire la vita dopo la morte, la guarigione dopo il trauma. Ma ancora più arduo è immaginare la bellezza segnata da una ferita.

 

La ferita della bellezza. Alberto Burri e il Grande Cretto di Gibellina è una mostra itinerante attualmente ospitata dal MAG di Riva del Garda in collaborazione con il Mart Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto. Il progetto è stato curato da Massimo Recalcati con il coordinamento scientifico di Alessandro Sarteanesi e prodotto e realizzato da Magonza editore.

MOSTRA La ferita della bellezza. Alberto Burri e il Grande Cretto di Gibellina

In occasione di una conferenza che si è tenuta a Riva del Garda, Recalcati ha illustrato il senso più profondo di questa singolare esposizione. Ripercorrendo alcuni spunti dello psicanalista relativi alla produzione artistica di Burri, cercheremo di cogliere qualche suggestione per poi riflettere intorno a questioni che sono parte integrante della nostra civiltà.

Incipit. Il Grande Cretto di Gibellina è unʼopera del lutto: è un tentativo di dare uno spazio, unʼimmagine, una voce a qualche cosa che non lo ha più. È lo sforzo da parte dell’artista di confrontarsi con la morte, di misurarsi con ciò che non ha più contorno e confine: per questo il Cretto può considerarsi una sorta di esperimento da parte di Burri di ” bordare la perdita, il trauma del sisma“.

 

Prima questione. Rispetto alla produzione artistica di Burri come considerare il Grande Cretto di Gibellina? È un unicum o un continuum? È unʼeccezione o una summa?

Recalcati ritiene nel Cretto si possa leggere tutto Burri: la sperimentazione di materiali e particolari procedimenti da lui utilizzati (si pensi allʼuso del ferro, dei sacchi, alle famose combustioni) ha coinvolto tutta la produzione dellʼartista che nel Cretto si eleva al suo massimo grado. Perché?

Il curatore del progetto racconta che questʼopera ci parla di lacerazione, spaccatura, rottura, cioè di qualche cosa di profondamente ossimorico rispetto al modo in cui siamo soliti immaginarci la bellezza. Si pensi allʼarte classica, al senso delle proporzioni, dellʼequilibrio e dellʼarmonia: il canone della bellezza rispettava e rispecchiava questi prerequisiti e certamente non aveva nulla a che vedere con il senso della perdita o con quello della ferita. Burri invece che cosa fa? In che modo modula e ri-codifica la bellezza? Si immagina e, soprattutto, dà vita ad una bellezza altra, che “ospita la ferita: spaccatura, dolore, taglio, strappo, morte vengono elevati alla dimensione più elevata della ferita”.

In questi termini si può affermare che il Cretto parla di una “bellezza dellʼabbandono, della fragilità, della rosa che resta in vita un solo giorno”.

 

Seconda questione. Spazio e tempo come si coniugano nel Cretto?

Recalcati chiarisce che lo “spazio del Cretto ospita il tempo: la materia di cui è fatta lʼopera implica lʼoffesa del tempo e la trasformazione che il tempo genera”. Tempo e materia sono qui legati in maniera indissolubile. Costituiscono una diade inscindibile: perché nel tempo la materia produce tagli, screpolature, essiccazioni su tutta lʼopera. E in questo senso si può dire che contamina lʼopera e la determina. Ma non solo.

È proprio nella materia, in ciò che tradizionalmente siamo abituati a non vedere la salvezza, che risiede la chiave di lettura e di interpretazione dellʼopera.

Burri per realizzare il Grande Cretto si serve di ogni tipo di materiale: sabbia, ferro, muffa, legno, plastica e molto altro. Ingloba tutta la sua opera dʼarte delle rovine del sisma. E queste macerie sono la prova e la testimonianza del lutto, della perdita, della mancanza.

Dallʼalto ne sono visibili le crepe: queste, vere e proprie cicatrici, sono custodi della memoria, dellʼorrore della morte. Perché lʼesperienza dolorosa sviluppa e afferma ciò che siamo: le ferite sono parti fondanti della nostra identità e proprio per questo ci rendono riconoscibili. Ripensiamo al celebre passo dellʼOdissea in cui, tornato ad Itaca con le sembianze di un mendicante, Ulisse viene riconosciuto da Euriclea. Mentre è intenta a lavargli i piedi, lʼanziana nutrice vede qualche cosa che le è familiare, che ha già visto molte volte in passato: è la cicatrice di un cinghiale che durante una battuta di caccia aveva ferito Ulisse. È così che una cicatrice, cioè una testimonianza e memoria del dolore, diventa una prova di identità. Ma torniamo al Cretto.

La colata di cemento bianca è emblema dellʼopera. Nel candore del cemento mescolato ai detriti si scorge il messaggio che lʼartista ha voluto conferire al suo lavoro: il Grande Cretto è un sudario che testimonia il trauma e che al tempo stesso ci racconta il significato della rinascita dopo la morte. Burri eleva la materia e la spiritualizza, spiega Recalcati. Lʼartista “rende feconde le macerie, i resti del trauma e riesce a costruire unʼopera capace di non escludere dalla bellezza la ferita”.

Morte, rinascita, materia.

 

Come non pensare, a questo punto, al messaggio (che la tradizione ha tentato di cancellare e che a volte noi tendiamo a dimenticare) dellʼannuncio cristiano?

Mentre la tradizione classica di matrice platonica riteneva che lʼuomo, per avvicinarsi alla salvezza e al sommo bene, avrebbe dovuto farsi (e assimilarsi a) Dio (e quindi scomparire, diventando immateriale), la religione cristiana ribalta completamente questa prospettiva: è Dio che si fa uomo, che si rende simile alla materia.

Nel prologo del Vangelo di Giovanni (I,14) leggiamo: “E il logos si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. È in questi termini che Dio fa ingresso nella storia dellʼumanità e si impersona nella pesantezza della materia: Dio si incarna nella fragilità e caducità della condizione umana riscattando la carne, cioè senza escludere la dimensione della corporeità dalla redenzione (1). In che modo? Attraverso la morte e la resurrezione.

La religione cristiana ci rivela che la salvezza si ottiene quando il divino (cioè ciò che è eterno, immateriale, immutabile) assume la condizione umana espressa dalla cifra della corporeità. Per questo Cristo si è svuotato di ciò che gli spettava in quanto Dio, si è reso simile allʼuomo e ne ha assunto le parti più sensibili, fino alla morte.

 

Così, il corpo di Cristo risorto, segnato dalle cicatrici della crocifissione e dallʼesperienza della morte, è prova che nella materia può abitare la rinascita, la vita, la luce.

Come nel Cretto le Bellezza è abitata dalla ferita e dal dolore, così in Cristo che si è fatto uomo e che è risorto dopo la morte si sublima la dimensione divina.

 

Perché è proprio nel corpo che avviene lʼincontro fra Dio e lʼuomo.

 

NOTE

(1) Farsi Dio, farsi uomo. La salvezza tra filosofia e rivelazione nel pensiero tardo-antico, M.G.Crepaldi in Questioni di storia del cristianesimo antico I-IV sec., a cura di E. Prinzivalli, Nuova Cultura, Roma, 2009, pp.113-151

 

 

 

IMMAGINE

Cretto di Gibellina, Alberto Burri 1984 -1989.

 

STEFANIA SANTONI
Un cuore antico per una nuova scrittura del sé.
Articolo creato 9

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