Budapest. O del fascino

I diavoli hanno fatto il nido dentro il mio cuore, perché vi aleggiavano gli angeli.

Sergej Esenin

Le città sono corpi viventi e hanno un loro carattere. Risuonano con il paesaggio, respirano nelle stagioni.

Budapest, sospesa tra parti diverse e mondi diversi, è una città settembrina.

A Budapest convivono le tracce dell’Europa asburgica e della Nomenklatura, il cemento suburbano e la cultura contadina.

Il Romanticismo è lo stile dominante – con una cultura musicale rivolta al violino e al pianoforte -, insieme al Liberty centro-europeo, che in alcune zone diventa quello cupo dell’ideologia nazista.

L’urbanità – i palazzi haussmannien, i viali alberati, i negozi di Vaci Utca e dei quartieri che ruotano intorno alla Szent István-Bazilika, i caffè letterari, la suggestiva Ervin Szabó Library,  – e la natura – le verdi colline che la sovrastano e il Danubio che estende la sua ariosa influenza su tutta la città.

C’è il quartiere ebraico – di per sé contraddittorio, con, da un lato, la Sinagoga dall’altro i ruins pubs che assomigliano la città ad una Berlino notturna e post-punk -.

C’è poi la grande ferita.

Una ferita mai guarita.

Per quanto artificiale e ricostruito, il Terror Házane ne rende l’idea precisa -. Ma non è in un museo che si vedono certe cose. Si sentono nella diffidenza delle persone, nello strano scarseggiare di saluti, nella riservatezza che è un individualismo dovuto alla separazione forzata, residuo del tentativo di de-umanizzazione e controllo assoluto, subito dalla città nella sua storia.

Anche nei bellissimi tram novecenteschi, all’ora di punta, regna un sottofondo rilassante, senza chiacchiericcio eccessivo.

A Budapest, l’architettura del grande quadrilatero comunista era stata pensata appositamente per dividere e insospettire. Dopo il Nazismo, il Comunismo aveva provato a portare anche in questa città, la tabula rasa elettrificata. Orrore ancora più freddo, con una intera società trasformata in morto macchinario.

Un macchinario di controllo esteso fin nelle più intime parti delle vite private di tutti i cittadini.

Le tracce dei due regimi sono anche spirituali.

C’è un’oscurità.

Come cantava Esenin: i diavoli hanno fatto il nido dentro il mio cuore, perché vi aleggiavano gli angeli.

E infatti, su Budapest aleggia una leggerezza delicata e luminosa.

Il vento del fiume – ma è uno Spirito – la vivifica.

La luce è cangiante.

Sempre sospesa.

Tenue, lucida, dolcissima, la città è rivestita di colori pastello.

Sì. Sospeso tra oscurità e Bellezza, su Budapest aleggia il fascino.

IMMAGINI

Budapest,  Pál  Utca – la famosa via de I Ragazzi di via Pal di Ferenc Molnár -, facciata esterna del Terror Házane – Il Museo del Terrore-, interni dalla Sinagoga. Photo Credit ©EugeniaMassari e ©MediaEmporia

VITA NOVA
Pensosa dell'andar. Arte, libri e osservazioni sparse.
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