È (quasi) Occidente

Andalusia: fuoco europeo, quiete araba

Andalusia, ponte verso altri mondi, regno di decorazioni minute, colori accesi.

Ho amato, sin dal primo anno di studi ispanistici tra jarchas, muwaschahas e zéjeles – forme poetiche aventi origine alcune dal mondo arabo, altre da quello ebraico -, quel seme d’Oriente instillatosi nell’Occidente europeo, tinteggiato di tramonti purpurei.

Lì, dove i giardini godono di cieli turchesi, punteggiati di palme, gli interni si illuminano di cieli bronzei o dorati e gli astri emergono fino a inghiottire intere cupole di cielo.

Lì, dove le fantasie arabe di re cattolici riscrivono il senso delle architetture, l’Alcázar di Siviglia, ossia il palazzo reale, è come una meteora islamica caduta in un luogo in cui la passione della decorazione cristiana avrebbe costellato le numerose chiese dei dintorni, e, prima tra tutte, la magnifica Cattedrale. Lì, dove gli archi della Moschea di Cordova, divenuta poi luogo di culto cattolico, disegnano palmeti di pietra, ispirati ad antiche opere romane, e a una quantità di altre citazioni di cui si perde il conto, come ci si perde nei suoi giochi prospettici.

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Nei patios il gorgoglìo arabeggiante dell’acqua, nelle chiese l’anima incendiata tra retablos drammaticamente dorati, numerosissimi ceri che accerchiano statue di santi e dipinti infervorati, come il San Ignacio y San Francisco de Borja di Juan de Valdés Leal, esposto al Museo de Bellas Artes, dove l’allegoria dell’Eucarestia spicca nelle fiamme.

Fu d’altronde proprio Sant’Ignazio a dire <<Ite, inflammate omnia>>.

E in tutto questo gioco di intrecci tra religioni, di calore delle passioni pubbliche e frescura del riposo privato, l’ultimo fuoco sivigliano si consuma nel tramonto tra le guglie della cattedrale e le onde del contemporaneo Metropol Parasol.

Lisbona: sulle tracce del nuovo

Il viaggio nella penisola iberica continua, ancora più a Occidente: ci accoglie Lisbona, in un silenzio notturno fiocamente illuminato.

Il vento mattutino invece ha il profumo di luoghi lontani.

Prima dell’immersione nel mondo della scultura manuelina, ci concediamo un salto nella tradizione della pasticceria più antica di Lisbona –Pastéis de Belém – , in una pioggia maiolicata di zucchero e cannella, nel blu delle piastrelle che preannunciano l’Oceano.

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Il chiostro del Mosteiro dos Jerónimos, la Torre, i resti del Convento do Carmo, il Museu Nacional do Azulejo, superfluo menzionare le meraviglie note della città.

Quasi mi concentro di più su ciò che è in fieri: i numerosi cantieri di ristrutturazione, il design che si fa strada in hotel, ristoranti, negozi, spazi di lavoro condivisi dai giovani.

Un microcosmo diviso tra la lentezza dei tram che si arrampicano in strade strette e la velocità delle idee che corrono in luoghi nuovissimi, come il Museu de Arte, Arquitetura e Tecnologia.

Ritrovo anche un pezzo di America sul Ponte 25 Abril.

Ci passo al di sotto, entusiasta di ritrovare la grandezza delle opere dell’altro continente.

Amo il suono della vita sull’acciaio, il treno che sfreccia, le luci che passano.

Mi innamoro sempre di più del senso di ignoto, della volontà di attraversare tutto, proprio come si attraversa un ponte, e lasciare indietro qualunque senso di nostalgia.

ELISA CAZZATO
Colta nell'ispirazione.
Articolo creato 4

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