Frammenti poetici. Dall’album solista di Cristiano Godano

Mi ero perso il cuore è il primo album solista di Cristiano Godano.

Arriva dopo trent’anni di produzione musicale interna al progetto dei Marlene Kuntz.

Bello in tutto, dall’inizio alla fine, Mi ero perso il cuore raccoglie frammenti emotivi del vissuto – privato e creativo – di Godano ma, più che ricomporli, li lascia aleggiare sulla musica come pulviscoli.

Metamorfosi dei Marlene Kuntz

Questi pulviscoli morbidi e in qualche modo amorosi, hanno una vera poetica.

Sono in continuità con l’esperienza nei Marlene Kuntz, ma rappresentano anche un’esperienza nuova e più matura.

Il discorso che li lega è unico.

L’album cresce sull’immedesimazione e ci fa scoprire dei ribaltamenti (come nella meravigliosa Padre e figlio).

L’ispirazione è naive e istintuale ma il linguaggio è curato: allitterazioni, assonanze, attenzione alla metrica.

In questo album ritornano i temi della giovinezza: il sollievo, il perdersi, l’inganno, il viaggio problematico ovvero il viaggio del protagonista nel labirintoil dedalo -. Ritroviamo anche alcuni temi dei lavori più maturi: la maschera e l’ambiguità.

Ma non c’è più il dolore degli stadi intermedi – “arrenditi o ribellati”!,cantino o stiano mute!” -. Ora ci sono solo i due estremi: la rinascita e il burrone (La mia vincita). Il dedalo è il pensiero: verità come prigioni, e persino temibili pulsioni – in genere, veicolati dalla mente ma sono istinti -.

Godano ci parla anche di depressione, ansie, panico.

La depressione è descritta con sineddochi, piccole parti per il tutto. E sono parti della fisionomia: ciglia aggrottate, viso incupito e indocile. La depressione è vista come un contagio, qualcosa che paralizza: contagiato e immobile.

Se in giovinezza l’immedesimazione era l’entrare nell’oggetto osservato o raccontato per rilasciare parti di visione, in questo album troviamo uno specchio più personale, fino alla fusione, con l’amante che si assomiglia all’amata, fino a diventare – forse anche come gesto riparatore – come lei (Sei sempre qui con me).

Negli stati d’animo malinconici descritti dall’autore, c’è il leitmotiv del “non può essere cambiato”.

Qualcosa che non si può recuperare (Ciò che sarò io). Persino le creme, gli abiti e le … pentole per cuocere assurgono ad oggetti poetici, l’autore gli dona dolorosità e li innalza a elementi nobili nel testo, pur essendo piccoli oggetti prosaici riassumono tutto il non detto: danno corpo alla mancanza. Tra pudore e sarcasmo, un cadere e il rialzarsi (Ma il cuore batte).

Le musiche sono molto morbide, belle, ci portano dal rock al country  con linee melodiche in cui spiccano strumenti solisti (fiati e piano).

Persino il design è notevole: bella la fotografia, che è del fotografo musicale Guido Harari – opacità, doppio, fumosità, scomposizione -. Il filo conduttore, specie nel vinile, è un cielo opaco, spento, pieno di nubi.

Oltre allo stile musicale, la vera differenza tra quest’ultimo lavoro di Cristiano Godano e la sua produzione con i Marlene, è senz’altro il disvelamento. Godano non si nasconde più – per pudore? – dietro il linguaggio ampliato e le complicazioni.

Al contrario, l’autore fa un lavoro, molto riuscito, di semplificazione e confessione.

L’amore e l’abbandono, i rimorsi, gli stati depressivi, il senso del tempo, la meraviglia, la fusione emotiva con la vita (Nella Natura), la baldanza quasi eternamente giovanile, l’autocoscienza forse anche narcisistica, insomma tutti questi elementi si uniscono all’insicurezza, al bisogno e sono raccontati con grande dolcezza.

In questo album che, appunto, ci regala una qualità lirica.

IMMAGINE

Cristiano Godano per la copertina di Mi ero perso il cuore, fotografia Guido Harari.

VITA NOVA
Pensosa dell'andar. Arte, libri e osservazioni sparse.
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