Hermes e Internet

Possiamo senz’altro dire che Hermes,

il Mercurio romano, sia il patrono pagano di Internet. La sua figura infatti ci si propone come la quintessenza della comunicazione. È una divinità complessa e di carattere mentale.

È il dio della connessione veloce e istantanea. Connette luoghi, mondi e livelli differenziati, anche per mezzo di macchine ingegnose di cui è inventore e artefice.

Una sua prima caratteristica è quella della precocità: ci racconta l’Inno pseudo-omerici a Hermes che «nato all’aurora, a mezzogiorno suonava la lira, e dopo il tramonto rubò le vacche di Apollo arciere, nel giorno in cui lo generò da Zeus Maia veneranda».

Siamo quello che Facebook ci dice di essere

Liberatosi delle fasce, Hermes esce dalla caverna in cui Maia l’ha partorito e si mette alla ricerca dei buoi di suo fratello Apollo con l’intenzione di rubarli.

Ma quando vede una tartaruga, improvvisamente cambia idea: gli viene in mente la possibilità di fare qualcosa di interessante con il guscio della tartaruga: lo svuota, vi applica due bracci, una pelle di bue e sette corde ben tese di budello di pecora e così inventa la lira.

 

L’anonimo autore dell’inno descrive il suo atteggiamento come quello di un ragazzino incantato dalla propria intuizione, dalla propria stessa capacità di movimento e di immaginazione. Il piccolo dio ha l’abilità di congiungere quel che è separato, favorisce la comunicazione sotto tutte le sue forme.

Ma l’abilità comunicativa in lui si unisce a quella tecnica: la lira per lui è contemporaneamente strumento e gioco.

Altre sue doti sono la velocità e il movimento, che ne fanno un lestissimo ladro: il suo primo furto è appunto quello della mandria di cinquanta bellissime vacche di Apollo. Se ne appropria con estrema astuzia e le conduce attraverso la Grecia fino nel Peloponneso, lungo il fiume Alfeo, dove le nasconde.

Apollo, quando scopre il furto, si reca furibondo nella caverna dove il piccolo ladro si è nel frattempo rincantucciato nella culla, e lo minaccia:

 

«Bimbo che in culla riposi, tu mostramele le giovenche,

presto: ché in breve fra noi ci si sbrigherà in malo modo.

Ti prenderò e getterò nel Tartaro cupo di nebbie,

inesorabile buio e funesto: te non la madre

né il padre tuo condurranno alla luce, sotto la terra

anzi errerai, fra le larve degli uomini dominerai».

 

Hermes è un mentitore sopraffino, nega assolutamente di essere un ladro:

 

«Questo non è il mio mestiere, io piuttosto d’altro mi curo:

solo del sonno mi curo e del latte della mia mamma,

e di tenermi le fasce addosso e di caldi bagnetti».

 

Apollo non crede alle sue fandonie, lo prende per le orecchie e lo porta da Zeus: anche di fronte al padre degli dèi il piccolo Hermes non si sgomenta, e raddoppia le sue bugie:

 

«Ah padre Zeus, a te sì, io la verità voglio dirla:

già, poiché sono sincero e no, non riesco a mentire».

 

Zeus ride di fronte a tanta spudoratezza, e dispone che i due fratelli in concordia vadano assieme a recuperare le vacche sotto la guida di Hermes.

 

A questo punto si verifica l’ultimo colpo di scena: nel tragitto per giungere al nascondiglio delle vacche sacre, Hermes fa intravvedere ad Apollo la lira ricavata dal carapace di tartaruga e poi si mette a pizzicarne le corde.

Il potente Apollo ne è conquistato: il suo desiderio di possedere lo strumento capace di una musica sconosciuta e ammaliante è tale da spingerlo a mutare il proprio atteggiamento nei confronti dell’ingannatore, giungendo a proporgli amicizia e alleanza.

Hermes accetta, proponendo di suggellare il patto con uno scambio: la lira in cambio dell’armento sacro.

 

Apollo accetta con piacere, aggiungendo un altro dono: il cadùceo, un bastone magico con due serpenti attorcigliati attorno ad esso, che da allora diventerà simbolo proprio di Hermes, associato alle sue prerogative di messaggero degli dei.

Diventato grande, Hermes vola di continuo fra il cielo e la terra, fra il mondo dei vivi e quello dei morti, a una velocità pari a quella del pensiero, portando messaggi e conducendo i defunti alle loro sedi nell’aldilà.

«Hermes si situa sui confini», dice Hillman, a rimarcare il tratto borderline di questa divinità.

Sta sui confini anche di un’epoca con l’altra, è frequentatore soprattutto dei tempi in mutamento, di cambiamento di condizione, quando si sta attraversando una soglia, e c’è bisogno di un accompagnatore che aiuti il mortale a gestire il cambiamento di stato.

 

C’è altro da dire per essere sicuri che stiamo vivendo un’epoca hermetica come non mai?

Il World Wide Web è giovanissimo (vent’anni) e sin da piccolo ha sconvolto il mondo.

Al robot i processi, all’uomo le decisioni

Le informazioni corrono per tutto il globo spinte dai megabyte lungo la fibra, con estrema eloquenza comunicativa, sempre a cavallo tuttavia tra verità e menzogna (fake news).

I ladri di identità o di dati sensibili sono sempre in agguato con i loro malware.

Connessione è una parola squisitamente hermetica: riguarda non solo le persone ma anche il collegamento fra parola e immagine, fra suono e persuasione, fra divertimento e tecnica.

Hermes psicopompo (“accompagnatore delle anime” negli Inferi) è il browser (“Tor”) che consente al navigatore incauto o curioso o malintenzionato di scendere nel Deep Web, in gran parte un vero Inferno popolato da demoni: terroristi, trafficanti d’armi, venditori di organi, sicari a pagamento, venditori di armi, pedofili.

Hermes è anche hermenèus, ovvero interprete, traduttore.

L’ermeneutica per noi oggi è la tecnica dell’interpretazione, ma nel suo senso originario contiene l’idea del trasferire qualcosa a qualcuno per mezzo del linguaggio, di cui Hermes è l’inventore. Hermes dunque è anche colui che escogita parole, colui che porta e traduce agli uomini la volontà degli dei, rendendola intellegibile ai mortali.

È l’anima dell’elaboratore elettronico, che traduce per noi in discorsi e immagini un caotico intrecciarsi di dati espressi in codice binario.

 

Che cosa rappresentano poi le bellissime vacche di Apollo rubate da Hermes preferirei non dirlo.

Ma temo che siano tutti i valori sottratti e occultati dalla rivoluzione digitale: la calma riflessione, la ricchezza dei sentimenti autentici, il nutrimento del latte delle Muse.

 

 

 

IMMAGINI

Transcendence, regia di Wally Pfister, 2014

 

 

 

 

 

ANDREA DEL PONTE
Sono professore di latino e greco nei licei e presidente nazionale del Centrum Latinitatis Europae. Collaboro con articoli e ricerche scientifiche con la Pontificia Università Salesiana, con la rivista “Zetesis” di Moreno Morani, e con la rivista di studi antichi “Grammata”. Sono autore di testi scolastici, traduttore per il teatro dal greco e dal latino, coopero da tempo con Sergio Maifredi e Tullio Solenghi per la realizzazione di testi classici. Ho tradotto per l’INDA di Siracusa i “Sette contro Tebe” al Festival giovani. Come saggista, ho appena pubblicato il volume “Per le nostre radici – Carta d’identità del latino”, con la prefazione di Salvatore Settis.
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