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L’identità: tra radice e vocazione relazionale

Per identità si intende ciò che è proprio,

ovvero quel qualcosa che contraddistingue in modo specifico un essere rispetto ad altro (ad esempio la persona umana).

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L’etimologia latina presuppone che questa specificità non sia autoreferenziale ma consista nel riconoscimento di almeno un elemento di relazione con altre realtà, esseri, individui (idem: medesimo, stesso). Che l’identità intesa nel senso di relazione e in continuo divenire sia un punto focale della trasformazione verso una società liquida, è cosa già analizzata da Zygmunt Bauman.

La speculazione sul concetto di identità verte dunque su due posizioni: una radicale, nel senso dell’identità-radice, l’altra di tipo relazionale. Edouard Glissant afferma come la nozione di identità nel senso di esclusività della radice unica sia da abbandonare a favore di una identità di reazione, dove conta il modo con cui una radice entra in contatto con altre radici. Ciò è riassunto nella Poetica del diverso: <<Ho sempre detto che il mare dei Caraibi si differenzia dal Mediterraneo perché è un mare aperto, un mare che diffrange, mentre il Mediterraneo è un mare che concentra. Se le civiltà e le grandi religioni monoteiste sono nate intorno al bacino del Mediterraneo, ciò è dovuto alla capacità di questo mare di orientare, anche se attraverso drammi, guerre o conflitti, il pensiero dell’Uomo verso l’Uno e l’unità>>.

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Glissant intravede nel bacino del Mediterraneo la propensione storica e culturale dei popoli alla nozione di identità come una radice unica nella difesa di una tradizione culturale identitaria.

Ciò che non è considerato per entrambe le posizioni –ugualmente estreme- è la possibilità di integrarle all’interno di uno stesso concetto: identità è quindi il proprio specifico (identità-radice) di ogni persona essere, territorio, che, entrando in relazione con l’altro (identità-relazione), non annulla se stesso ma sperimenta l’altro in una maniera propriamente specifica, diversamente dalla capacità di entrare in relazione un’altra persona, essere, territorio. In Glissant manca questo aspetto. E cioè che la capacità di entrare in relazione è sempre “propria”, specifica.

L’esempio più calzante è dato dalla nostra identità culturale e dalla matrice greco-latina, radice europea.

Partiamo dal presupposto che non esiste un’unica età classica, ma l’attitudine propria di ogni epoca di dare vita ad una nuova idea di classico.

Questo non è solo un tempo proprio dei Greci e dei Romani, ma esiste una pluralità di classicismi che in modo ciclico riattualizzano i codici classici su registri differenti.

L’esperienza di Le Corbusier in visita all’Acropoli, ad esempio, ne costituisce il presupposto progettuale in una prospettiva innovativa e dinamica.

Il tempio è infatti spazio interscambiabile tra l’esterno e l’interno ed offre un dinamico passaggio delle persone che circolano liberamente senza raccogliersi al suo interno isolandosi. Egli nella sua opera restituisce vita all’idea del marmo e alla purezza funzionale dello stile dorico grazie all’uso dell’acciaio filettato e polito che trasmette l’impressione elementare della pietra, <<chiamandolo a una nuova fraternità>>.

La cifra stilistica di Behrens traduce il tempio greco nell’industria nella Turbinenfabrik, nella Fabbrica Grandi Motori e alla Hochspannungsfabrik, per materiali ad alta tensione, di AEG a Berlino.

Il Palazzo della Civiltà Italiana è un esempio di tradizione depurata che risolve l’identità romana in una soluzione di continuità con il suo passato.

Il doppio senso e l’aura metafisica acquisita dal Colosseo Quadrato già a partire dal Dopoguerra, sono il frutto di un pesante ingombro storico di cui il monumento è portavoce.

Inserito nel progetto E42, acronimo dell’Esposizione Universale di Roma, il complesso urbanistico e architettonico progettato negli anni Trenta per la Nuova Roma proiettata verso il mare, unisce al sistema cardo-decumano delle città romane a suggestioni che derivano dai teorici ottocenteschi delle città come opera d’arte, in particolare Brinckmann, Stubben e Sitte, passando dalle influenze idealiste rinascimentali di Filarete.

L’innovazione è sempre una questione di adattamento e di trasformazione delle costanti tradizionali in un linguaggio formale adatto al tempo.

Ecco perché l’architettura e il territorio o spazio urbano sono realmente connessi in una dimensione in cui nuovo ed antico sono insieme conservati.

La conservazione è cosa che non riguarda solo il vecchio ma anche il nuovo, plasmato e adattato all’antico senza rotture, affinché tutto l’insieme sia capace di rivelare il suo volto fornendoci immagini, e l’immagine possa essere comunicabile.

La longevità della reputazione delle nostre città italiane è invece oggi messa a dura prova da ibridazioni inclusive, sponsorizzazioni o allestimenti temporanei che non rientrano affatto nel metro della condivisione di valori della città.

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Sacrificare in questo modo gli aspetti culturali, emotivi e comunicativi per gli obiettivi puramente finanziari o nel nome di un multiculturalismo ibridato, significa rompere irrimediabilmente il canovaccio simbolico tramite cui il turista e il cittadino stesso si orientano nei valori della città.

Se proprio vogliamo parlare di profitto, si sappia che l’incasso facile inficia però la continuità dello stesso garantito dal valore del territorio sul mercato turistico.

Un esempio è l’installazione urbana dell’artista ghanese Ibrahim Mahama per Fondazione Trussardi a Porta Venezia (Milano): i bastioni ricoperti di teli di juta come un invito alla riflessione sui temi della diversità e integrazione. O, ancora, Chez Tunisia, la campagna di promozione dell’Ente del Turismo Tunisino in Italia che installò nel 2017 in piazza Duca d’Aosta, a Milano, la tipica porta tunisina in formato reale.

Sfugge a molti che identità non è identico e che le contaminazioni tra culture siano sempre avvenute sul piano concettuale e simbolico, nella capacità propria del Genius Loci di assorbire una cultura esterna fondendola alla propria identità nella creazione di una terza via. L’accostamento o trasposizione formale non innovano nulla, ma conquistano, coprono, fagocitano creando rotture non assimilabili.

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L’immagine dei borghi storici non è quella che noi ricordiamo che sia ma anche quella che appare, e ciò che appare corrisponde alla percezione che il turista o cliente ha della città stessa. Ciò che appare include tutto, compresi architettura, arredi e lifestyle. Bisogna fare molta attenzione alle distonie o alle modifiche di immagine perché incidono profondamente sulla realtà di luoghi che hanno comunicato benissimo da sé attraverso la forza attrattiva della propria bellezza.

Al momento alcuni dei nostri borghi più belli presentano troppe immagini di sé veicolate mediante sponsorizzazioni pubblicitarie in luoghi strategici e che entrano in conflitto con l’immagine sedimentata.

Non è un no alle sponsorizzazioni, ma che siano almeno capaci di incentivare il legame affettivo e fiduciario con il territorio, offrendo riferimenti utili per orientare turista e cittadino alla scoperta delle città in modo dialogante con i propri simboli e creativo.

La persistenza del paradigma classico, come archetipo culturale dell’identità europea, vive e si nutre della capacità di rievocazione, è un ri-pensarsi.

No all’abuso di exempla sclerotizzati in un passato lontano e nebuloso in cui nascondere la nostra ansia o una perdita di identità avvertita in una dimensione economica e sociale globalizzata e frantumata nei confini.

Una pretesa identitaria limitata all’autoreferenzialità delle citazioni, ai fregi di un lessico di maniera come ad uno stile architettonico riproposto in modo letterale non è il vero senso dell’identità storica, al contrario, ne costituisce la sua morte.

Insisto, e mi piace farlo, sulla connessione profonda che si instaura tra spazio e memoria, di cui ci fornisce un luminoso esempio Cicerone nel De Oratore, dove la memoria viene descritta come un insieme di loci.

I loci sono luoghi, reali o immaginari, facilmente memorizzabili che vengono associati alle cose o ai concetti che si desiderano ricordare.

Ogni elemento verrà associato ad un luogo. Il retore è dunque immaginato aggirarsi nell’edificio della propria memoria, attingendo i ricordi ad un sistema di spazi. Avere memoria storica significa dunque saper contestualizzare, ovvero dare il senso dello spazio agli avvenimenti e ai ricordi.

Contestualizzare significa fornire ad ogni elemento o concetto o immagine il suo giusto spazio.

C’è una stretta connessione tra l’atto del ricordare, la memoria storica e il corpo. Se leghiamo l’immagine ad un locus, anche immaginario, capiremo come la perdita della memoria storica si lega indissolubilmente all’erosione della dimensione fisica e spaziale propria della quotidianità moderna.

Il digitale non ha spazi stabiliti, esiste una dislocazione, una dissoluzione fisica degli spazi in cui ci muoviamo. Lo spazio fisico, reale, con una sua precisa pianta e struttura è facilmente memorizzabile, lo spazio virtuale, privo di griglia spaziale è fluido.

Da qui si comprende come sia molto difficile contestualizzare e avere memoria nell’era della connessione virtuale.

Essa sostituisce la connessione relazionale tra oggetto, spazio e senso dello spazio. L’atto così semplice del camminare è in realtà un qualcosa che ci permette di fare esperienza dello spazio e memorizzarlo. Il camminare è insieme esperienza fisica e mentale, perché è col corpo che capiamo. Nel virtuale il corpo scompare e l’esperienza anche. Nel virtuale non facciamo esperienza perché non c’è lo spazio e non c’è corpo. Si perde ciò che caratterizza la dimensione della sfera pubblica classica, dove il principio democratico è garantito dal dialogo dialettico e dal confronto.

Il web sostituisce all’anima della folla, capace di generare un vero cambiamento, una massa di indistinti che premono attraverso un like emotivo, principio fondante di una società dominata dalla commercializzazione della nostra presenza sullo spazio digitale. In modo impalpabile l’ingranaggio tecnologico sostituisce allo spazio critico del pensiero un’alienazione della persona e una perdita dell’identità come volontà e coscienza libere.

Leonardo da Vinci utilizzava una sua propria lingua estetica nelle re-interpretazione e ri-lettura dell’uomo bene figuratus di Vitruvio.

Nel XVI secolo Carlo Urbino da Crema partendo da Leonardo, nel Codice Huygens riporta uno studio del corpo umano in movimento, presentando in modo figurato le diverse posture che lo stesso corpo umano inserito in una circonferenza può assumere. Nel 1883 il filosofo Ètienne Louis Marey con lo studio cronofografico della locomozione umana ripropone gli stessi schemi a segmenti come disegnati che Carlo Urbino e ripresi direttamente da Leonardo.

In sintesi l’identità culturale non è semplicemente passato ma ha una sua propria vocazione relazionale.

Riattualizzare il passato e la nostra identità storica significa trasfonderla attraverso un nuovo linguaggio nella coscienza collettiva.

Il passato non è identico a noi: pretendere di rilevare l’identico significa proiettare una nostra visione moderna.

L’identità europea è opera storica aperta e non sta tanto nel ritrovarsi in un concetto di patria delimitato in confini geografici stabiliti dall’età greco-romana, ma nella dinamicità ritmica con cui il presente storico a-temporalizza il passato, esplorandolo non solo nella sua esemplarità che lo emarginerebbe, quanto nella capacità di reinventarlo.

Solo così si possono scatenare rivoluzioni culturali.

 

 

 

IMMAGINE

La Galleria Franchetti alla Ca’ D’Oro sotto l’acqua alta, novembre 2019. Fonte foto; Imitato Vitae, Marina Cicogna, ed. Gucci, ©CAMERAPHOTOARTE; Palazzo della Civiltà Italiana, Roma 1943 Photo Credit 1 e 2;

 

EUGENIA TONI
Da Bisanzio alla Comunicazione Strategica.
Articolo creato 2

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