Mastro Francesco e il senso del tatto

di FRANCESCO DANIELI

 

 

Ogni storia che si rispetti inizia con c’era una volta. La mia no: c’era due volte.

C’era due volte Francesco Danieli.

All’anagrafe mi chiamo così, anche se per molti sono semplicemente Mesciu Cicciu.

Mèsciu (“Maestro” in dialetto leccese) perché a quanto pare me la cavo bene nell’antica e nobilissima arte della muratura, ma anche perché negli anni ho formato una nutrita schiera di apprendisti (discìpuli). Cicciu, perché è uno dei diminutivi di Francesco e non – come qualche malpensante potrebbe ritenere – per riferimenti autobiografici alla mia corporatura diversamente esile.

L’impresa edile che porta il mio nome nasce come impresa artigiana autonoma il 26 gennaio 2015, ma in realtà il mio lavoro è forte di un’esperienza pluriventennale nel settore e – a dirla tutta – affonda le radici morali nel DNA stesso della mia famiglia.

I miei antenati per parte materna, i Ferrari di Matino (Le), furono per molte generazioni valenti maestri di volte in muratura e tra loro spicca la figura di Mesciu Micheli Ferrari, mio bisnonno, dal quale numerosi vecchi maestri fabbricatori del basso Salento appresero l’arte, a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Ebbene, in un tempo in cui ciò non era affatto scontato, mio papà Gaetano (1942), figlio di contadini, si è rimboccato le maniche, ha studiato fino a laurearsi in Lettere e ha insegnato per quarant’anni nella Pubblica Istruzione. La stessa cosa ha fatto mia mamma Gabriella (1950), maestra elementare per una vita, che a diciannove anni, col suo primo stipendio da insegnante, fece tornare a casa – qui a Matino – suo papà emigrante in Svizzera. Insomma, se io ho scelto di tornare terra terra, doveva aver ragione Lavoisier quando sosteneva che in natura nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

La mia impresa edile è frutto del sogno di libertà che mi porto dentro.

Nata come ripiego, è divenuta scelta esistenziale dopo che, per un cambiamento radicale nella mia vita, mi sono ritrovato all’improvviso più che trentenne col culo per terra. Mai avrei pensato, a ventinove anni, di entrare in conflitto con quelli che erano i miei superiori e di svestire dall’oggi al domani quella amata veste talare che indossavo da quando di anni ne avevo solo tredici.

Davanti a me, avvolto dalla nebbia, un bivio: mettermi in coda per realizzarmi professionalmente chissà quando e chissà dove nel mondo della cultura e dell’istruzione o tramutare le mie ataviche attitudini edili in opportunità lavorativa, nella mia terra, tra la mia gente.

Mio unico vantaggio il fatto di aver sempre abbinato con disinvoltura fin da bambino la formazione intellettuale alle attività manuali e di aver avuto le mani sporche di tufo anche quando vivevo in parrocchia, tra la mia gente.

Saltando nel buio, ho optato per la scelta più saggiamente folle della mia vita: vivere del lavoro delle mie mani. E mi sono deciso a farlo proprio nel bel mezzo della crisi dell’edilizia, mentre l’Italia artigiana soccombeva sotto le politiche di austerity instaurate poco tempo prima dal governo Monti.

In famiglia più d’uno ha storto il naso e perfino la buonanima di Mesciu Ppinu Fattizzo da Casarano (Le) – mio amato Maestro di volte a stella – mi ha rimproverato aspramente per il fatto di aver preferito mannàra e cucchiàra a registro elettronico e lavagna multimediale.

Così, un po’ per non scontentare nessuno, un po’ per non gettare alle ortiche il mio bel dottorato in Storia, tra tripli salti mortali e acrobazie degne del migliore trapezista, ho mantenuto a titolo totalmente gratuito la libera docenza presso la Cattedra di Storia Sociale dei Media all’Università del Salento (Facoltà di Scienze della Comunicazione); sono rimasto esaminatore e membro della commissione di laurea presso lo stesso corso, ho continuato ad esercitare l’insegnamento quale docente esperto nelle scuole secondarie superiori; ricerco, studio, scrivo, pubblico, tengo conferenze in Italia e all’estero, ma è grazie alla nobile arte della muratura che porto il pane a casa.

Lì mi attendono ogni sera, al termine della lunga giornata di lavoro, mia moglie Anna Rita e i nostri due bambini: Filippo e Angelo.

La mia esuberante esperienza di vita – ora che incomincio a raccogliere i frutti di tanti sacrifici (Stato e clienti permettendo!) – sta convincendo molti, anche tra i più scettici, di come un Maestro possa essere professore ma che non necessariamente fare il professore comporti l’essere Maestro. E di quanto siano vere le parole attribuite al Poverello di Assisi, san Francesco: «Chi lavora con le mani è un operaio, chi lavora con le mani e la testa è un artigiano, chi lavora con le mani, la testa e il cuore è un artista».

Per tutto questo amo tanto il mio lavoro, certo del fatto che a salvarmi la vita sia stata proprio quell’Arte “ ‘mparata” e “messa da parte”. E vado fiero che la mia piccola impresa meridionale ora costituisca motivo di vanto per la mia famiglia, per i miei collaboratori, per buona parte dei miei clienti e sia ritenuta un fiore all’occhiello nel panorama del più autentico artigianato salentino.

 

 

 

IMMAGINE

Il senso del tatto, Francesco Danieli, architettura.

REDAZIONE
Articolo creato 19

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.

Torna in alto