Pinocchio (di Matteo Garrone)

 

Andate al cinema senza pretese metaforiche.

Perché il Pinocchio di Garrone è una favola rappresentata nel suo essere semplicemente una favola.

 

Che il Pinocchio di Collodi si possa aprire a chiavi di lettura differenti, ciò fa parte della sensibilità e del grado di ricezione del singolo utente.

Qui Garrone si libera del concettualismo con cui si tende a reinterpretare una storia secondo alcune letture del presente. Metaforico e ricco di rimandi al presente lo fu con il meraviglioso Racconto dei Racconti, questa volta invece si affida alla leggerezza semplice dell’intreccio.

Solo Garrone, infatti, riesce a tradurre in immagine quel quid tutto italico della fiaba: un mix di grottesco, rurale, reale, decadente.

È il realismo della fiaba che non condivide il clima soave e trasfigurato a cui ci ha abituato certa cinematografia americana.

 

Gli spazi aperti della campagna toscana e pugliese mescolano nostalgia e decadenza. La polvere, lo sporco e le foglie coprono le case, i letti, il cibo e il pavimento ovunque. Polvere ferma che si deposita dentro con quello struggimento delle cose antiche che non sanno guarire, cambiare e rinascere.

Come il nostro paesaggio, le nostre masserie e la bellezza di quei borghi antichi lasciati all’incuria e all’abbandono.

I dialoghi sono semplici, le interpretazioni, da Mangiafuoco – Gigi Proietti – ai meravigliosi Gatto e la Volpe – Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini – non si affidano alla parola, ma al gesto.

Persino BenigniGeppetto è semplice, nella sua paternità spontanea ed immediata.

 

Qui va infatti apprezzato il non detto, la gestualità verbale, la fugacità con cui tutti scorrono nella storia senza imprimersi con densità di significati o doppi sensi. Il linguaggio imperfetto di un mondo burattino non è complesso, è elementare.

Garrone riporta la favola alla brutalità reale del suo elementare con tutte le sue imperfezioni.

Fugace è il momento della rinascita.

Pinocchio diviene bambino tra gli agnelli. L’agnello è il mistero tutto nostro della rinascita e resurrezione. Solo la comprensione di ciò che rende davvero umani è in grado di generare il cambiamento rispetto a quanto, invece, è capace di farci regredire a istintività animale o non senso burattino.

I personaggi, infatti  – grillo, civetta, lumaca, scimmia – sono già nell’immagine, essi stessi, metafora. Appartengono ad un immaginario comune e contadino, immediato e popolare.

Garrone la fa semplice, stavolta, e fa bene. Vuole solo raccontare, perché non sappiamo più farlo in modo spontaneo, non sappiamo più raccontare ai bambini, ad esempio, persi come siamo, nell’eccesso pedagogico che diviene forma e non sostanza. Raccontando cerchiamo già di imprimere significato non richiesti.

Garrone torna alla matrice, all’origine scarna ed imperfetta della favola.

EUGENIA TONI
Da Bisanzio alla Comunicazione Strategica.
Articolo creato 12

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