Zibaldone di guerre e di memorie. Dal 4 novembre alle guerre dei giorni nostri

Zibaldone di guerre e di memorie. Dal 4 novembre alle guerre dei giorni nostri
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La Festa delle Forze Armate,

commemora una della più sanguinosa tra le vittorie militari conseguite dal giovane Stato unitario italiano, ad un prezzo veramente alto, in termini non solo di vite umane, quanto di coesione sociale e di conseguenze politiche.

Il tema che si ripropone ogni anno, è se l’Italia possa avere una memoria civile, legata alle sue Forze Armate, che unifichi un Paese sempre più frammentato in fazioni.

Le stesse Forze Armate, nel celebrare questa ricorrenza, oggi sono disorientate, nel non riuscire a capire se la loro residua giustificazione possa derivare da un retaggio nazionale. Ovvero se debbano conformarsi al nuovo nazionalismo europeo, come vorrebbe ad esempio il Presidente Mattarella e la pletora dei politici europeisti tanto trasversali quanto sempre meno influenti sugli orientamenti dell’opinione pubblica.

Ad oltre100 anni dalla fine di quella guerra  si nota sempre di più il fatto che è in atto da parte dei vertici burocratici un tentativo di sostituzione con l’altra festa: il 25 aprile.

Festa altrettanto poco sentita, che fa emergere ancor di più la sua portata divisiva e il suo strascico di bolsa retorica ed inevitabile polemica politica, quasi che sia possibile imporre attraverso di essa un’impossibile memoria condivisa.

Questa infattibilità è stata anche riconosciuta da storici scrupolosi, come Alessandro Barbero.

Gli Italiani, del resto, non hanno ancora fatto i conti con la propria identità, figlia della guerra civile degli anni 1919-1948, in cui si confrontarono in maniera sanguinosa forze politiche e sociali figlie delle ideologie dell’epoca.

Tramontata l’epoca di quelle ideologie, in particolare del comunismo, di cui si celebra il trentennale della caduta del Muro di Berlino (primo atto della dissoluzione del socialismo reale), se ne percepisce con maggior lucidità la totale inapplicabilità a paradigmi del tutto inediti, che né Marx,Hegel avrebbero potuto prevedere.

 

4 Novembre. La Caporetto della comunicazione militare

 

Si torna oggi sorprendentemente a parlare con ricorrenza di antifascismo ed anticomunismo, come se tali fenomeni storici non fossero già stati del tutto consegnati all’antiquariato e forse ai dipartimenti di storia di trascorse ere geologiche politiche. Se ne parla, a sinistra e a destra, per sbandierarli dinanzi ai propri elettori, ciclicamente riesumati per fini elettoralistici, funzionali a darsi identità ormai perdute e disutili.

Antifascismo ed anticomunismo sono categorie talmente obsolete da essere incomprensibile il fatto che ancora ai giorni nostri le si utilizzino ai fini dello storytelling contemporaneo, riesumate strumentalmente, dal momento che i contorni delle stesse sono talmente sfumati da creare anche tra di esse una zona grigia sempre più vasta.

I cosiddetti fascisti sono oggi confinati a fenomeni di folklore, come i festival predappiesi di cosplayer in camicia nera, a cui si accodano con altrettanta ottusa stupidità i neocomunisti, sempre più elettoralmente irrilevanti, con seguito quasi nullo presso le masse operaie, ma con la pretesa di detenere ancora oggi la chiave per risolvere i problemi globali, ossia la lotta di classe. In perenne e insanabile lotta tra correnti, sempre meno rilevanti, i comunisti odierni hanno tentato con operazione osmotica di influenzare il pensiero del radical-liberalismo di sinistra, non rendendosi conto che dal liberalismo ne sono stati non solo contaminati, ma inevitabilmente inglobati.

L’autentica ragione del loro fallimento non sta tanto nell’incapacità di parlare alle masse elettorali, quanto nel contenuto stesso del messaggio che vorrebbero veicolare, orami inadeguato e del tutto inadatto nello spiegare la contemporaneità e nel proporre un modello di sviluppo alternativo.

Ci si fossilizza ad esempio, giusto per ritornare in tema, all’antimilitarismo proprio della retorica della guerra fredda, in cui l’avversione ad Esercito ed a valori patriottici, era funzionale ad un indebolimento del fronte interno e della volontà di combattere, in caso di una possibile invasione da parte delle truppe meccanizzate del blocco sovietico. I cosiddetti movimenti pacifisti, tanto nella società gramscianamente civile, quanto nella Chiesa cattolica stessa, erano direttamente o indirettamente finanziati dal blocco comunista.

Quelli che a sinistra osano porre il problema dell’amor di Patria, vengono oggi guardati di sottocchio dall’imperante umanitarismo neo-radicale come potenziali fascisti, come camicie nere in incognito, col tipico sospetto figlio di un Trotskismo mai del tutto sopraffatto dalle purghe staliniane e di un internazionalismo che è ormai del tutto confluito nel cosmopolitismo liberale, per il quale confini e memorie identitarie costituiscono dei mortali pericoli per il dialogo e le libertà dei popoli.

La reazione isterica del neo-antifascismo di Stato (che è in realtà un antifascismo fortemente ideologico) è quanto di più lontano da quello che fu l’antifascismo storico, del quale furono interpreti militari e uomini di stato che oggi sarebbero qualificati come superfascisti, come ad esempio Edgardo Sogno o Carlo Alberto Dalla Chiesa.

L’antifascismo militare del venticinque aprile, d’altro canto, si alimentava sul mito dell’unicità morale della guerriglia partigiana, che non ebbe in realtà un ruolo militarmente determinante, come ad esempio avvenne in Francia, dal momento che i partigiani vennero sostanzialmente debellati nell’inverno del 1944 ed un altro anno di contro-guerriglia avrebbe condotto al loro totale annientamento.

Tantomeno può affermarsi che, al di là della lotta contro il Fascismo, vi fosse una forza unificante tra le sue componenti (poi rabberciata nella Costituzione), che furono un fascio di forze, allo stesso modo in cui lo fu il fascismo in funzione anticomunista all’inizio degli anni ’20.

La principale forza che componeva la guerriglia partigiana, ebbe una dignità strategica nella persona di Arrigo Boldrini, ex capomanipolo della Milizia Fascista, poi divenuto teorico della pianurizzazione della guerriglia e quindi il massimo stratega della Resistenza, che a sua volta si macchiò di crimini orrendi che contesero alle SS tedesche il triste primato della ferocia nelle vendette e nelle rappresaglie.

Anche per questi motivi è stato difficile per la sinistra politica offrire dei modelli validi per la memoria militare.

Da qui, l’atteggiamento di sospetto e prevenzione nei confronti di tutto quanto concerne le tematiche della sicurezza internazionale, già di per sé viste per lo più in termini di soft power, di azioni mirate di intelligence (come se queste non comportino un uso seppur circoscritto ma decisivo della forza), di diplomazia estenuante ed, al limite, di peace keeping.

Ma anche qualora si superasse il muro del sospetto verso il mondo militare da parte degli eredi a diverso titolo dell’ideologia socialista, si dovrebbe fare i conti con la nuova ideologia imperante, quella del neoumanesimo, che del mondo militare ha un’accezione privatistica, che fa dei soldati semplicemente dei contractors, buoni solo a fornire protezione militare alle attività delle ONG o delle Multinazionali, essendo del tutto disfunzionale la dimensione patriottica tipicamente insita nell’attività e nella formazione di tutte le forze armate.

Non più un pacifismo ideologico, ma un militarismo privatistico che forma élite di soldati iper-addestrati, iper-tecnologici, in cui l’elemento motivazionale è dato soltanto dalla gratificazione retributiva delle proprie cognizioni tecniche.

 

Se si deve a questo punto parlare di morte del 4 novembre, si dovrebbe a questo punto, ed a maggior ragione parlare di morte del soldato italiano, una sua lenta eutanasia istituzionalizzata (che passa anche dalla sindacalizzazione del comparto), avallata dagli adottandi protocolli trasnazionali, che stanno facendo sempre più venir meno la funzione stessa degli eserciti nazionali.

Se ormai i fatti turco-siriani stanno evidenziando uno sfilamento lento ma inevitabile, degli stessi Stati Uniti dalla Nato, il principale strumento di stabilità militare, si nota negli USA, nazione militare per eccellenza, in cui esiste una cultura militare molto radicata, la diffusione non tanto di milizie territoriali dai connotati ideologici, che magari si appoggiano alle istituzioni militari tradizionali, come la Guardia Nazionale, ma una serie di compagnie private, che reclutano il top del personale militare, alcune delle quali hanno consistenza numerica ed armamento individuale che non ha nulla da che invidiare all’esercito di un piccolo Stato.

Inoltre, è in atto la trasformazione tecnologica che stanno subendo le forze armate di tutto il mondo, con l’introduzione sempre più massiccia dei droni e della guerra non convenzionale, e questo ci dà il segno di quanto in difficoltà siano gli eserciti nazionale e quindi il loro retroterra valoriale.

Il potere militare accentrato in pochi uomini con capacità tecnologiche superiori, come macro-droni di combattimento in grado di distruggere con poco dispendio di forza critica un’armata convenzionale, droni medi, in grado di infiltrarsi come veivoli stealth nelle linee e nei centri decisionali del nemico e neutralizzarli, e micro-droni in grado di colpire in maniera letale singoli obiettivi o veicolare facilmente agenti patogeni altamente diffusivi.

In questo si trova il limite anche del cosiddetto sovranismo militare, che non può prescindere da un’analisi razionale del contesto geopolitico e dell’accettazione del fatto che ancora una volta l’Italia è il ventre molle della Fortezza Europa, oggetto degli interessi e delle attenzioni dei principali protagonisti della politica internazionale: Russia e Stati Uniti, che da un lato intervengono direttamente, Cina, Paesi arabi e Turchia, che, dall’altro, intervengono in maniera indiretta.

 

In tutto ciò l’Europa rimane a guardare, mentre è internamente destabilizzata da chi non ha interesse che si formi un blocco geopolitico che potrebbe dare stabilità al mondo.

 

 

 

IMMAGINE

Ultimatum alla terra, film del 1951 diretto da Robert Wise. e tratto dal racconto Addio al padrone (Farewell to the Master, 1940) di Harry Bates.

VINCENZO SCARPELLO
Laurea in Economia e in Giurisprudenza, specializzato in Scienze delle Migrazioni e Giornalismo internazionale in ambiente di conflitto armato. Da sempre studio il male, nella sua essenza archetipica e nelle sue estrinsecazioni sociali, dal diritto penale alla storia militare, dalle dinamiche dei conflitti a quelle delle armi. Cattolico praticante, nonostante gli attuali papisti. Mi divido tra la professione di Avvocato e la scrittura di saggi storici e metastorici.
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